Cosa
pensi delle sigle televisive che hai realizzato?
Ne
ho fatte diverse. Cominciai nel 1981, mi sembra, con una sigla per
il telefilm Il mio amico Ricky,
in onda su Italia 1, cantata da Vanna Vani.
Le parole erano di Claudia Ferrandi,
mia moglie. Ho fatto poi Nanà supergirl,
che è la mia preferita. L’interprete, Cristina
D’Avena, per me è una grande artista, non capisco
perché in molti non apprezzino il suo lavoro e quello di
Alessandra Valeri Manera. Secondo me
sono due ottime persone. E’ molto tempo che non le vedo ma
quando abbiamo occasione di incontrarci o di collaborare è
sempre una festa. La Valeri Manera, inoltre, è una che cura
la produzione di una sigla a 360°, è sempre in sala di
registrazione e segue con attenzione tutta la parte realizzativa.
Non
pensi che chi non le apprezza lo faccia a causa del monopolio che
la Mediaset, e di conseguenza la Valeri Manera, ha avuto e ha tuttora
nella realizzazione di sigle?
Non
so. Può darsi… io comunque posso assicurare che Cristina
D’Avena, in una sola giornata, riesce a incidere anche due
o tre pezzi. Io feci anche Pollon, Pollon
combinaguai, cantata dalla stessa D’Avena, una
canzone molto carina.
Nella
sigla di Pollon c’è anche un certo Vlaber
a firmare il pezzo. Di chi si tratta?
E’
Vladimiro Albera. Uno che io definisco
artista manager.
In
che modo cominciasti a collaborare con la Five Record?
Mi
contattò la stessa Valeri Manera. Fu il periodo in cui, nel
1984, avevo lasciato i Matia Bazar e stavo per iniziare a collaborare
con Ramazzotti.
Perché
avvenne questo allontanamento dal gruppo?
Ebbi
dei grossi problemi personali. Il gruppo ne risentì, avemmo
un attimo di sbandamento e la cosa si risolse con una separazione
consensuale, per fare una metafora matrimoniale. In seguito ho girato
molto per il mondo. Ultimamente ho curato l’Lp di un’artista
canadese, Natasha Saint Pierre.
Con
la Mediaset avevi un rapporto fisso o saltuario per la realizzazione
delle sigle?
Saltuario.
Lavorai anche con la RTI per la quale ho fatto un disco di Fiorello,
qualche anno fa.
In
che modo, molto rapidamente, sono nati i Matia Bazar?
Ci
siamo assemblati nel 1974 e siamo nati nel 1975. Io ne sono uscito
nel 1981 per poi ritornarvi alcuni anni dopo. I compositori storici
dei Matia Bazar eravamo io, Carlo Marrale e Aldo Stellita. Se ti
interessa ti ricordo che Mister mandarino,
nostro vecchio successo, fu sigla di una Domenica
in… condotta da Pippo Baudo.
Attualmente
da chi sono composti i Matia Bazar?
Siamo
io, Giancarlo Golzi, Silvia Mezzanotte e Fabio Parversi (la formazione
che ha vinto uno degli ultimi San Remo, nda).
Puoi
dirci qualcosa di queste persone: Augusto
Martelli, A. Baldan, Canestrelli
e Dall’Oglio?
Martelli
è un grande pianista e un altrettanto grande direttore di
musica. I Baldan sono diversi ma quello che mi hai indicato tu è
probabilmente il padre (invece intendevo il fratello di Dario, Alberto,
nda). Canestrelli non lo conosco mentre Dall’Oglio è
il cugino di Martelli.
Nel
1991 hai fatto la sigla Ciao Sabrina
con Marino.
Era
Paolo Marino per l’esattezza.
Era un ragazzo che lavorava con me. Lo ritenevo valido e cercavo
di aiutarlo coinvolgendolo in alcuni progetti. Stesso discorso può
dirsi della sigla Dolceluna.
Di questi due pezzi non uscì il 45 giri perché era
in atto avanzato il cambiamento da Canale 5 Music a RTI.
Come
facevi per i cori?
Chiedevo
un certo numero di bambini alla produzione. All’inizio c’erano
quelli di Mariele Ventre, poi quelli
di Nini Comolli e Laura
Marcora.
Hai
ricordi di Luciano Beretta?
Un
grandissimo. Nel 1974, ti parlo come Matia Bazar, facemmo una specie
di piccolo tour in Lombardia. Proponevamo alcuni nostri pezzi che
non erano ancora divenuti dei successi come Cavallo bianco
o Stasera che sera. Lui credeva molto in noi e profetizzò
il nostro successo. Era una persona squisita, mi colpì davvero
la sua umanità.
Com’era
il progetto della sigla? In che modo nasceva, insomma?
Ho
sempre fatto la musica dietro un’indicazione visiva. Alessandra
Valeri Manera mi faceva vedere un filmato o un fumetto e io mi adeguavo
a quel prospetto. Con Pollon, Pollon combinaguai e Nanà supergirl
mi diede prima il testo e io composi la musica. Per altre canzoni
la regola non fu così fissa, testo e musica nascevano vicendevolmente
a seconda del momento. L’unica cosa che nel progetto realizzativo
non cambiava mai era il titolo.
Con
le strumentazioni com’era il lavoro?
Usavo
batterie sia elettroniche che non. Ciò anche a seconda dello
studio di cui disponevo e delle persone con cui stavo lavorando.
Arriviamo
al 1996. Ecco la quarta sigla della saga delle famose Sailor Moon:
Sailor Moon e il mistero dei sogni.
L’arrangiamento
lo fece Massimo Longhi. Mi fu presentato
nel 1988 da Gianclaudio Bassano, un mio collaboratore. Con Massimo
ho realizzato un sacco di progetti per l’estero. So che oggi
lavora con la Valeri Manera. C’era anche un bravo fonico e
altrettanto bravo chitarrista di nome Maurizio
Macchioni.
Nel
1997 c’è l’ultima sigla di Sailor Moon: Petali
di stelle per Sailor Moon.
Non
so come mi venne l’ispirazione di questo pezzo. Quando uno
ha una capacità particolare e non riesce ad averne una ragione
specifica si tratta di uno di quelli che io chiamo i misteri della
Sfinge! La Sfinge è impassibile, immobile, non dà
spiegazioni… però esiste.
Hai scritto altre sigle?
Si,
ho fatto la sigla per il Festival di Sanremo
del 1983 e quella della trasmissione M’ama
non m’ama, in onda per tanti anni su Retequattro.
In quest’ultimo caso collaborai con Steve Martin, un produttore
americano. Inoltre ce n’era una per un programma giornaliero
della RAI che scrissi con Pallavicini
e che s’intitolò La donna
blu.
Ti
fa piacere che i fan, oggi, si ricordino le tue sigle?
Certamente.
E’ la testimonianza che qualcosa di buono si è fatto.
Fra cento anni io non ci sarò, le mie melodie, per fortuna,
sì.
Preferivi
il modo di far musica del passato o quello odierno?
Prima
era un’altra cosa. Oggi ci si affida troppo all’elettronica,
al computer… Il computer è un danno alla creatività,
è uno strumento che aiuta ad assemblare ma non a creare.
Me lo insegnano i grandi maestri della musica leggera italiana come
Pallavicini: la melodia vera si crea dal rapporto diretto che si
ha con uno strumento.
Per
finire: il peggior difetto e la migliore qualità di Piero
Cassano.
La
qualità che mi appartiene è quella di essere estremamente
chiaro, sincero ma soprattutto di non essere un leccaculo. Il difetto…
direi la pignoleria.
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