Intervista di Mauro Agnoli con la
collaborazione di Marco Nacci (13-02-2000), Gabrio Secco,
Matteo Sciba, Carmelo Miano (19-11-2005 e 17-12-2005). Trascrizione di
Marco Nacci e Matteo Sciba. Revisione finale di Anna Cervini.
Impaginazione Web di Gian Piero Aschieri.
Ho intervistato l'autore tre
volte a casa sua in un paesino nella provincia di Pavia, alla presenza
della moglie, signora Norina Piras. Ringrazio il signor D'Auria per
avermi fornito indicazioni utili a mettermi in contatto col compositore
(nda).
LA MIA BIOGRAFIA

Anagrafe:
Sono nato a Bologna il 23 settembre.
Famiglia:
Il nome di mio padre è Carlo, quello di mia madre
Gertrude. Ho un fratello, Camillo, e una sorella, Clara, io sono il
minore dei tre. Camillo, professore di lettere a Bologna, ha scritto
alcuni testi per le mie musiche, ha avuto un bel successo con Coraggio
e paura, per Iva Zanicchi,
del 1972. Il vero nome di mia moglie è Norina Piras ma l'hanno sempre chiamata Liana. Corista per
lunghissimo tempo, prima del nostro matrimonio, ha inciso alcuni dischi
con me, all'inizio degli anni Sessanta; il nostro duo si chiamava
Eliana e Ciro, prodotto da Gianfranco Intra per la Ri-Fi Record. Nostra
figlia, che ha fatto parte del gruppo delle Mele Verdi, si chiama
Melody.
Gioventù:
Ammetto di non avere ricordi particolari ma mia
moglie ricorda sempre il nostro incontro: nel laboratorio di un
accordatore, un certo Pasquini, io alla chitarra e Norina al
pianoforte, accompagnammo la voce di Andrea Costa. Fu il progetto di un
gruppo che poi cadde nel nulla.
Curriculum scolastico:
Sono geometra, diplomato all'Istituto Pacinotti
di Bologna. Mia moglie, invece, è diplomata in pianoforte.
Esordio artistico:
Fin da giovane mi dilettavo nell'uso della
fisarmonica, strumento dalle tradizioni molto forti, per poi passare
alla chitarra. E' il momento in cui inizia l'influenza americana di
gente come Elvis Presley e i Platters. Dopo il diploma sono andato a
suonare con Dino Sarti, per il quale ho firmato quasi tutte le canzoni.
Nello stesso periodo mi sono trasferito a Milano, che era l'epicentro
del mondo musicale di allora.
Carriera:
Il sodalizio fra me e mio fratello Camillo ci ha portato
molto successo, io scrivevo la musica e lui i testi. Ho scritto anche
molti altri testi e mi sono proposto come cantautore. Il mio produttore
storico è Sandro Colombini, lo stesso di Antonello Venditti,
Lucio Dalla e Edoardo Bennato. Dopo due
anni di night club, ho iniziato a spedire le mie creazioni alle varie
case discografiche fino ad arrivare alla Ri-Fi, che si
dimostrò interessata al mio lavoro, era il 1967. Il primo
successo fu Susan dei marinai,
cantata da Michele. Sono orgoglioso di
aver composto la musica de Il
testamento di Tito, celeberrimo successo
di Fabrizio De Andrè.
C'è poi La frittata,
scritta insieme a Mitzi Amoroso, cantata da Nino Manfredi a Sanremo. Ho
scritto anche per Mina
e per Ornella Vanoni.
Presentazione:
Eccovi il testo della mia presentazione professionale ed
umana che circola sul retro delle mie fotografie promozionali: "Corrado
Castellari nasce artisticamente come autore-compositore attorno al 1970
e fino a oggi hanno cantato e cantano le sue canzoni artisti come: Mina
- Ornella Vanoni - Loredana Bertè - Iva Zanicchi - Milva - I
Nomadi - Fabrizio De
Andrè - Raffaella
Carrà -
Fausto Papetti - Bruno Lauzi - Stefania Rotolo - Johnny Dorelli - Patty
Pravo - Dino Sarti
- Carmen Russo - Toto Cutugno - Franco Califano -
Amanda Lear - Christian - Albano - Cristiano Malgioglio - Gigi
& Andrea - Pippo
Franco - Orietta Berti
- Tiziana Rivale -
Angela Luce - Rosanna Fratello - Dora Moroni - Lara Saint Paul - Rita
Pavone - Luciana Turina
- Pamela Prati - Giovanna - Nino Manfredi...
etc... Ha scritto molte canzoni per il repertorio infantile vincendo
alcune manifestazioni dello "Zecchino D'Oro". Ha scritto sigle di
cartoni animati (Sandybell
- La Banda dei Ranocchi
- La principessa Sapphire...).
Ha scritto le musiche per una commedia musicale rock pubblicata su disco
Philips dal titolo: Labyrintus.
Autore di musiche per
pubblicità radiofonica e televisiva. Dal 1988 si dedica
anche alla produzione del cosiddetto repertorio melodico italiano
("Liscio") scrivendo per i maggiori esponenti di questo genere (Franco
Bagutti - Franco
Bastelli - Annalisa
Simeoni - Titti Bianchi
- Ruggero
- Patrizia - Tony Daloja - Enrico Musiani... etc...).
Corrado Castellari viene da Bologna, che non è provincia ma nemmeno
metropoli. Ha due ritmi di vita nel sangue, dunque, la malizia un po'
nevrotica di chi abita nelle grandi città e la lucida
tranquillità di chi è un po' defilato rispetto ai
"posti che contano", le sue canzoni ne risentono e forse proprio per
questo sono diverse, capaci di raccontare tante cose e di sfuggire in
fondo ad ogni catalogazione. Corrado ha un suo modo, una sua filosofia,
con piccole grandi emozioni da trasmettere e la voglia, quella
soprattutto, di parlare e farsi capire dalla gente comune".
CHIACCHIERATA SULLE SIGLE
Cosa pensi della tua carriera?
Sono soddisfatto. Mi dispiace aver
fatto soltanto tre LP come
cantautore perché, pensando ai miei colleghi di
gioventù, ho visto il successo di molti bluff. Secondo me ci
sono molti più parlatori che artisti, anche tirando fuori
nomi grossi. Vorrei che tu scrivessi ciò che ho detto.
Purtroppo nel mondo musicale bisogna farsi strada spesso a gomitate e,
probabilmente, mi è mancata la giusta grinta. Vedo un sacco
di gente, ad esempio, che ruba pezzi di musica altrui e mi chiedo se
quelli siano artisti.
Cosa pensi del cambiamento del mondo musicale?
Ci sarebbero tremila cose da dire.
Come autore ammetto di non riuscire
più ad entrare nei grossi giri. Se volessi, per esempio,
dare un mio pezzo a Ramazzotti
non ci arriverei mai. Ci sono i filtri
dei filtri a interrompere la cosa, una volta era diverso: si poteva
parlare direttamente con l'artista. I sistemi erano più
semplici, oggi è marketing.
Come mai i compositori hanno
più difficoltà a restare sulla breccia rispetto ai musicisti?
Sono spariti anche i musicisti,
è quello il problema. Io
riesco a lavorare ancora molto, ma diversi miei coetanei non si sentono
più. Sono pochi anche i nuovi artisti, benché io,
ad esempio, apprezzi il rock moderno. Non parliamo poi dei concorsi,
nei quali fanno vivere solo quei due o tre che interessano agli
organizzatori; non faccio nomi.
E' sparita secondo te la figura del
talent scout nelle case discografiche?
Sì. Probabilmente alle
case
discografiche manca il direttore
artistico interno. D'altra parte non ha neanche molto senso
perché ogni cantante ha il suo produttore.
Mi parli delle sigle da te realizzate?
Erano carine, fatte bene e prodotte
da maestri che oggi sono dei numeri uno, come
Vince Tempera o
Maurizio Bassi. Tutta gente che
è ancora sulla cresta dell'onda. Bassi fa gli arrangiamenti per
Ramazzotti, per esempio. Per quelle sigle ci voleva una cura
particolare, non si potevano fare così per fare.
Ti fa piacere che i bambini di
allora, adulti di oggi, si ricordino le tue sigle?
Mi fa molto piacere perché certe canzoni hanno segnato molti
di questi bambini. Alcuni miei coetanei, addirittura, ricordano
La
banda dei ranocchi o
La principessa Sapphire. Ovviamente anche gli amici di mia figlia hanno bene in mente quei pezzi.
Ti chiedo qualche dettaglio sulle sigle. Come si divideva il lavoro per
le sigle delle Mele Verdi fra te,
Silvano D'Auria e Mitzi Amoroso?
Ci incaricavano di fare le sigle su
quei personaggi. Andavamo in alcuni
uffici a vedere i filmati originali, a Milano. Ci facevano vedere la
videosigla, si vedeva l'ambientazione e si stabiliva come fare il
pezzo. Io curavo la musica, che doveva essere in tema, Mitzi i testi, e
Silvano D'Auria faceva un po' il supervisore del lavoro. Ricordo che
vennero fatte anche delle gare, fra noi e altri, per stabilire quale
fosse il pezzo adatto. Pensa che ne La
banda dei ranocchi chi faceva il
verso della rana ero io! Quella canzone era bellissima. Piaceva anche a
D'Auria il quale, tra l'altro, ha sempre molto apprezzato
ciò che facevo, non mi ha mai contestato niente.

Il
gruppo era affiatato, insomma.
Certo. Mitzi, poi, scriveva dei
testi che non erano stupidi.
Cosa faceva Mitzi Amoroso a livello
artistico?
Scriveva i testi, come ho detto.
Nascevano quasi sempre prima le sue parole, che erano molto belle e
stimolavano la mia vena creativa.
Se un autore può scrivere un
testo in assoluta libertà, in definitiva crea un lavoro migliore?
Esatto, è proprio così. Io mi trovavo bene con Mitzi e le canzoni delle Mele Verdi venivano fatte con la filosofia che hai detto tu.
Qual è il nome per esteso
di Mitzi Amoroso?
Maria Letizia Amoroso.
Quando hai conosciuto Silvano D'Auria
e Mitzi Amoroso?
Non ricordo. Penso d'aver conosciuto
prima D'Auria. Vedevamo un sacco
di gente all'epoca.
Qual era, se c'era, il limite nel far
cantare dei bambini?
I bambini sono un po' melensi. E poi
le ragazzine anche più
grandi delle Mele Verdi non leggevano la musica, quindi c'erano dei
problemi di armonizzazione. C'era da fare un gran lavoro di taglia e
cuci in sala di registrazione. Prima, cioè, si doveva far
imparare loro la prima voce, per i cori, poi la seconda e
così via fino al prodotto finale. A volte, per dare la
grinta giusta, cantava con loro anche un adulto, che poi magari veniva
tolto nella versione finale della canzone. Mia moglie Liana
è stata sempre molto brava ad armonizzare e più
di una volta ha partecipato alla registrazione delle sigle. Mia figlia,
che ha cantato anche lei qualche sigla con le Mele Verdi, ha sempre
avuto una certa musicalità nella voce e non ebbe grosse
difficoltà. Il lavoro era impegnativo ma divertente. Credo,
ad esempio, che in molti ricordino La
banda dei ranocchi per quel coro
particolare.
Per quanto riguarda, ancora, le Mele
Verdi: tu e D'Auria collaboravate
già con loro ai tempi in cui il coro partecipò
alla canzone dei
Barbapapà e a quella di
Woobinda?
No, noi siamo partiti con le Mele
Verdi con la realizzazione de La
banda dei ranocchi.
Il bambino che si sente sempre nelle
canzoni delle Mele Verdi
è ogni volta
Paolo Peroni?
Sì, è vero!
Ora ricordo bene. Era Paolo, bravissimo! Era molto vivace
e vispo in sala di registrazione. Era un po' il personaggio del gruppo.
A parte il gracidio de La banda dei
ranocchi, eri sempre tu a
interpretare la voce maschile delle canzoni delle Mele Verdi?
Sempre io. Anche in
Ippo Tommaso,
Belfy e Lillibit, eccetera, per
questo le canzoni erano così scattanti, c'era un adulto,
erano tutte cose molto ritmiche.
Dove registravate i pezzi?
Quasi tutte allo studio Capolinea di Milano.
Che strumenti usavate?
I classici: tastiera, pianoforte,
chitarra, basso e batteria. Non
ricordo la marca, sinceramente. Per gli archi la Solinas, la prima
tastiera che ha sostituito gli archi. Sono comunque domande che
dovresti fare a un tecnico, un Tempera, per esempio. Erano comunque
pezzi che non necessitavano di grosse idee per i controcanti. Si
cercava di far sentire le voci, soprattutto. Ogni tanto ho suonato la
chitarra ma non so in quali canzoni. Partecipavano ai pezzi
Farina,
alla chitarra,
Gigi Cappellotto,
al basso, musicisti bravissimi. Se
volevamo fare presto, prendevamo quelli bravi. Probabilmente c'era
anche
Ares Tavolazzi. Alla batteria
può darsi anche
De
Piscopo. Silvano D'Auria era sempre presente, seguiva il
lavoro, sempre
molto discreto, una persona tranquilla, posata. Era bravo a suonare il
pianoforte, ma non ha mai suonato.
L'arrangiamento di chi era?
L'arrangiamento praticamente era la
trasposizione delle idee che avevo
io nei provini in sala d'incisione. Quindi non è che si
inventasse molto lì, le rispostine e i controcanti erano
già pensati prima. Silvano D'Auria ci dava dei suggerimenti
perché era un ottimo musicista.
Sai quanto hanno venduto quei 45 giri?
Dovrei andare a controllare ma
sicuramente ebbero ottime vendite. Oltre
le centomila copie, comunque.

Per
quanto riguarda
La banda dei
ranocchi hai parlato di un effetto
alla
Ray Conniff. Cosa
vuol dire?
Ray Conniff era un maestro degli anni
'60/'70 che usava l'orchestra, o la sezione fiati, doppiata da un canto,
da un coro. Le stesse note dei fiati venivano doppiate dal coro.
Se hai sentito, qui c'è una parte dove c'è appunto
questa melodia suonata con il coro che doppia.
Io ascoltavo molto quello che andava di moda nel
tempo, quindi cercavo di portare anche nelle canzoni dei bambini gli
ingredienti moderni. Per esempio, hai sentito anche come è
usata la tastiera? Con delle dissonanze. C'erano degli accorgimenti
sempre attuali, perché non mi piaceva fare la canzoncina
infantile. Volevo sempre dare delle cose che suonassero bene. Poi ci
sono degli effettini, delle glissate che forse sono un'intuizione di
D'Auria. Aiutava anche lui. Il cambiamento di tono, per esempio, non mi
ricordo se l'avevo pensato io, ma credo di sì
perché, quando si vuole far crescere un brano, si cambia il
tono e quindi c'è una apertura automatica nell'arrangiamento.
Qual era la strumentazione ne La banda
dei Ranocchi?
Era molto semplice. C'era la
tastierina, c'era la chitarra ritmica e
elettrica, poi c'era un flautino penso fatto da una tastiera.
Sottolineerei però questa cosa: proprio nelle intenzioni
mie, quando facevo questi brani per sigle di cartoni, c'era sempre un
occhio di riguardo alle sonorità del momento, che arrivavano
dall'America, questi bei ritmi moderni.
Per quanto riguarda
La banda dei
ranocchi, abbiamo la certezza che
cantò la canzone
Stefania Bruno?
Stefania Bruno sicuramente. E poi la
voce maschile è sempre
mia, anche nel coro. Rana compresa, che è stata una mia
idea. Era una specie di controcanto, un movimento di batteria fatta con
la voce.

E
Ippo
Tommaso?
Probabilmente
Monica Pilolli, e Paolino con la vocina squillante.
Come è nata la musica di
Ippo Tommaso?
Per Ippo
Tommaso cosa potevo fare? Dovevo inventare una cosa ritmica
carina. Non avevo dei riferimenti ambientali. L'autore deve anche
viaggiare di fantasia. Io ne ho sempre avuta molta.
In Ippo
Tommaso secondo te non c'è un grande missaggio?
I suoni allora non erano messi in
grande evidenza. E' arrangiato
però con tempi, con ritmiche molto moderne, in fondo. Mi
meraviglio e sono molto sorpreso in modo positivo di quello che avevo
scritto.
Per Ippo
Tommaso qual è la strumentazione?
Tastiera, basso, batteria, chitarra
e c'è qualche suonino di
un qualche sintetizzatore. Allora c'erano i moog.
La fece la
PFM.
La risento ed è veramente avanti come pezzo;
arrangiato dalla PFM poi è stato una cosa incredibile.
Lì ci sono tutti quanti,
Mussida alla chitarra,
Djivas al
basso e al canto, e forse c'era già
Franz Di Cioccio alla
batteria. E poi ci sono anche io: la voce bassa quando dice "Flash
Gordon, Flash Flash Gordon". L'arrangiamento però
è stato fatto da loro. Si sente infatti come si muovono la
batteria e la chitarra. Sono tutte cose che devono essere fatte dallo
strumentista, non potevo dire io a Mussida: "Fai così con la
chitarra".
Dove l'avete registrata?
A Milano, ma non mi ricordo lo studio.
Non credi che il testo di
questo brano fosse abbastanza audace per
essere un testo per bambini? Un verso della canzone diceva addirittura:
"e la tua donna notte calda ti dà".
Ma sì, Mitzi non
era infantile nel fare le cose. Quel pezzo
non l'ha contestato nessuno, infatti. E poi c'era la PFM a cui, certo,
non potevi far cantare una stupidaggine. Era una canzone da adulti.
Sul retro di quel 45 giri c'era
Far Away di Ian Patrick.
Era roba vostra?
No, probabilmente era una canzone
fatta proprio dalla PFM. Patrick era,
probabilmente, Patrick Djivas,
il cantante del lato A.
Belfy
e Lillibit: qualche ricordo particolare?
Qui canta Paolino e poi ci
sono i miei soliti interventi. La voce
maschile di Belfy e Lillibit,
quella che dice "Ma che strano, tu non
sai...", sono io, sono io. Fu Mitzi a dirmi di fare il papà.
La strumentazione è la solita che io prediligo,
cioè la formazione folk: chitarre elettrica e spenta,
batteria, basso. Se senti, c'è sempre un riferimento al folk
americano. A me è sempre piaciuto quel mondo, alla Elvis
Presley per essere più commerciali, e le canzoni molto
semplici, perché costruite con pochi accordi, ma con delle
invenzioni melodiche molto forti.
Stefania
Bruno, che ha fatto questa nota alta. Era l'unica che riusciva
a fare queste cose.
Cosa pensi di questa canzone?
La canzone è molto carina.
C'era un bel lavoro di strutturazione, proprio pensato, non bastava cantare.
Qui anche Mitzi e D'Auria davano le loro dritte, io davo le mie e alla fine facevamo un
mix. Ad ogni modo gli interventi erano abbastanza chiari,
già pensati da me, e poi c'erano chiaramente le rifiniture
che si inventavano lì. Io proponevo dove far entrare le voci
soliste, dove il coro, D'Auria dove dividere le voci, Mitzi sceglieva
le voci, ma in effetti non diceva niente sugli arrangiamenti. D'Auria
poi decideva.
Paolino... ma poi sono tre o
quattro che cantano. E io che intervengo.
Nei cori c'erano anche Liana e Melody. Eravamo da Zanibelli, in via
Ludovico il Moro.

In
Angie gli interpreti erano
Chelli & Chelli ma Silvano
D'Auria ci ha svelato che era un solo cantante: un solo Chelli. Ti
ricordi come si chiamava?
Era un ragazzo piuttosto
giovane, un cantante ma non riesco a ricordare
il nome. D'Auria lo contattò. Una bellissima voce
assolutamente giusta per il brano [il
cantante è stato poi rintracciato e si chiama Bruno Chelli, nda]. Nei cori ci
siamo anche io e Liana.
Angie
era uno dei tuoi pezzi preferiti? Come mai?
Angie
è uno dei miei pezzi preferiti. Forse pecco di
presunzione, ma mi sembra che sia proprio in linea con le
più belle cose che arrivavano in quel momento
dall'Inghilterra. Melodie belle semplici, belle frasi armonizzate.
L'ho fatta io? Non mi ricordo. Forse l'ho arrangiata.
Quella l'ho fatta per l'Ambrogino d'Oro.
Vagamente.
Sì, è vero!
Questo pezzo lo facemmo a Roma e io
lo arrangiai. Nei cori c'è anche Liana.
Era bello quel pezzo lì! Lo
cantò Stefania, una delle più grandi del coro
delle Mele Verdi. Nei cori ci siamo anche io, Liana e
la figlia maggiore di Mitzi. Volevamo un coro
più adulto.
Come mai fu arrangiata da Maurizio
Bassi e non da te?
Probabilmente la canzone era destinata
alla Fonit Cetra. Bassi
è quello che ha fatto Tarzan
boy, grossissimo successo di
Baltimora.
Cos'era Fichi e fantasia?
Era uno spettacolo teatrale imperniato
sulle canzoni. Sullo sfondo c'era la storia. Veniva eseguito nei teatri
della zona di Milano. I
testi erano di Mitzi Amoroso, la musica era mia mentre la scenografia
era curata da mia moglie, che si occupava un po' di tutto: costumi,
paesaggi, poi c'era qualcosa di già fatto. C'erano grandi
pannelli per Ippo Tommaso,
per Banner, per Belfy e Lillibit, per
Demetan.
Mi sembra proprio di no [infatti il
brano in gran parte è di
Massimo Spinosa, il quale ancora oggi ne conserva il provino, nda]
No. Era ormai finito il momento delle
sigle. Mi sembra che anch'io
provai a fare la sigla per quel cartone animato ma scelsero quella che
tu hai indicato. I circuiti di procacciamento delle sigle erano
diventati altri [avendo
rintracciato in seguito sia Giuseppe Coccia che
Gioacchino Rispoli, oggi abbiamo la certezza che i tre quarti della
canzone furono realizzati dal signor Rispoli, che ne eseguì
un provino ancora oggi conservato, cantato da loro due, nda].
Con l'RCA eri sotto contratto o indipendente?
Indipendente.
Ci sono degli inediti che poi non sono andati in onda?
Ce n'era uno, per un cartone
animato…non so quale fosse.
[Castellari ha poi
recuperato i provini per tre sigle rimaste inedite,
Chobin, L'Isola del Tesoro e Time Bokan, nda]
Ti ricordi di una festa delle sigle
fatta a Pavia al quale dovrebbero aver preso parte anche le Mele Verdi?
Onestamente no.
Secondo te le sigle delle Mele Verdi
erano fatte in modo più
economico, a livello strumentale, rispetto a quelle della RAI?
Dipendeva dallo studio. E poi i mezzi non erano enormi.
Si incideva sempre, di giorno e di notte. Fino a quando, da un giorno all'altro,
al mondo discografico sono stati tagliati i viveri. Alla RAI sicuramente
Tempera era avvantaggiato dalla sua capacità al pianoforte e
dai bravi strumentisti suoi collaboratori, come Ares Tavolazzi e
Ellade
Bandini. I loro erano bei dischi con bei suoni.
Con lui non ho fatto grandi cose
però ricordo che era un
tipo molto duro sul lavoro, come Enrico
Riccardi. Una persona decisa,
insomma, ma molto simpatico.

Una
domanda su
La principessa Sapphire.
Come mai questo nome, visto che
nel cartone animato la protagonista veniva chiamata Zaffiro e la
pronuncia inglese era ['sæfai?*]?
Non so, non mi ricordo. Non credo di
aver neppure mai saputo che si
dicesse ['sæfai?*]. Il testo è di Albertelli, che
forse ne fece due versioni, una non andava bene.
Erano Silvio Pozzoli e
Marco Ferradini.
Ti ricordi come nacque il pezzo?
Fu realizzato agli studi Fonit Cetra
di Milano. Ero lì in
sala con Albertelli, e mi sembra che ci fosse anche Tempera. Ci sono
dei passaggi che secondo me sono proprio da arrangiatore. O li
inventarono lì per lì... La frase principale,
l'introduzione, è mia già da provino. Per la
principessa avevo fatto l'introduzione un po' tronfia. Ogni autore ha
un suo stile di accompagnamento. Io suonando la chitarra, scrivendo
questi brani per chitarra, dò già una sensazione
ritmica molto precisa. Questo tipo di accompagnamento molto marcato
è una mia caratteristica. Avevo notato nella sigla questo
cavallo che andava, e allora ho voluto far sentire la sensazione della
camminata del cavallo. Questo è uno dei pochi casi nei quali
ho fatto io prima la musica. Fatta tenendo presente che il titolo
doveva essere La principessa Sapphire per cui era presente questa
divisione metrica all'inizio: "La principessa Sapphire"... e poi da
lì tutto il resto.
Per Sapphire
che strumentazione avete usato?
Mi sembra che i suoni siano stati
messi in rilievo meglio. Siamo
però sempre lì: tastiera, basso, batteria,
chitarra. Gli elementi erano sempre quelli bravi, qui non mi ricordo
chi fossero, ma quelli bravi giravano ovunque. Erano tre o quattro poi,
non è che fossero in tanti. Precisi, quindi li sceglievano
proprio per non tornare a rifare. Non c'erano mica tanti metronomi
allora. In genere, quando facevamo queste cose, io suonavo sempre la
chitarra ritmica. Alla chitarra elettrica non so chi ci fosse. E poi
per i cori quasi sempre mi univo. Per esempio, ne' La principessa
Sapphire, i cori sono di Silvio Pozzoli, Marco Ferradini,
e forse c'ero anche io. Il falsetto alto forse è di Pozzoli,
perché lui andava su da matti. Però anch'io vado
molto su col falsetto. Ferradini no di sicuro.
Nella canzone perché ti sei
firmato con lo pseudonimo Bibap?
Forse non volevo farmi riconoscere
come autore di sigle per bambini.
Allora far le sigle non era di grande prestigio. Credo di aver fatto
male, sarebbe stato meglio firmarmi come Castellari. Ho cambiato spesso
pseudonimo. Stessa cosa per Lulac,
Baracuda, Nico. Sai, bi-bap
è un tempo musicale.
Con Albertelli hai fatto nient'altro?
Albertelli si ricorda di una tua
partecipazione addirittura ai cori di
Ufo Robot.
Può darsi che i cori li
abbia fatti anche lì.
Facendo allora anche il corista di mestiere, può darsi
benissimo che fossi nel coro di Ufo Robot, eh… Io adesso non
mi ricordo. Magari Albertelli che è più atletico
di me si ricorda. C'era Tempera lì, no? In genere con
Tempera c'ero spesso anch'io come corista. Facevo anche il corista,
come lo faceva mia moglie. Mia moglie infatti ha fatto la corista in
tanti Festival di Sanremo. Era nei Musical, gruppo storico.

Parliamo della splendida
Cocktail
d'amore, canzone realizzata con
Mancini e
Malgioglio per la compianta
Stefania Rotolo nel 1979. Tu
conoscevi
Stefania Rotolo?
Stefania Rotolo l'ho conosciuta
tramite Malgioglio, perché
Malgioglio conosceva tutte queste dive, queste cantanti. Già
lui era dentro questi circuiti radiofonici televisivi. Stiamo parlando
del 1980. Lui mi fece conoscere tutti questi personaggi, Stefania
Rotolo, Carmen Russo,
Eleonora Giorgi, Adriana Russo, e noi facevamo
questi dischi per tutte loro. Stefania Rotolo era una già
molto brava, con una voce sua particolare, grande temperamento. Ci
commissionarono questo brano, Cocktail
d'amore, Cristiano scrisse il
testo e io lo musicai. Fu la sigla finale di Tilt.
Questa trasmissione
fu rivoluzionaria perché usavano il sistema del chroma key
per la prima volta: registravano l'immagine con uno sfondo blu dietro,
sostituibile poi con immagini prese da altri contesti.
Tornando al brano, la voce che si sente
nei cori è tua?
La voce che si sente nei cori
è mia, perché io ho
sempre dato dei provini molto indicativi. Erano molto precisi, con
degli effetti che poi gli arrangiatori immancabilmente rifacevano in
sala. Qui c'era proprio questa pensata della chitarra all'unisono con
la voce. Il mondo di Cocktail
d'amore è il mondo dei brani
degli anni '80 di Mina, come L'importante è finire: queste
ritmiche samba lenta, rumba. Un brano d'atmosfera con molte tumbe.
Quando si volevano fare dei brani d'atmosfera si usavano queste tumbe,
questi bonghi, queste atmosfere un po' sudamericane.
Ti ricordi chi suonava il sax?
No, ma può darsi fosse uno
di quelli bravi di allora. Mi
ricordo soltanto che eravamo a Roma, al Trafalgar. Il maestro era forse
Paolo Ormi, ma non mi
ricordo. Il disco venne fuori EMI, proprio nel
periodo di Natale.
Chi è Mancini, terzo nome
che firmò la canzone?
Marcello
Mancini era in quel momento
l'uomo di Stefania Rotolo. Penso
abbia contribuito al testo.
Cocktail
d'amore poi è stata riutilizzata...
Cocktail
d'amore è stata
ripresa nel film Le fate ignoranti
e poi reincisa da Amanda Lear
per la sigla della trasmissione
televisiva Cocktail d'amore.
E' stato uno dei miei brani più
di successo. Io non ho avuto tanti grandi successi, ne ho fatti quattro
o cinque di quelli pesanti come vendite, sulle 600.000, 700.000 mila
copie.
Quanto ha venduto Cocktail d'amore?
Cocktail
d'amore avrà
venduto 200.000 copie, che erano
già tante. Poi, fra l'altro, loro non si aspettavano che
vendesse quel disco e quindi ne stamparono pochi. Sotto Natale ci fu
proprio una valanga di richieste, ma purtroppo non li avevano. Se no
magari vendeva anche mezzo milione di dischi.
Tex Willer era una cartone fisso,
più un fumetto che un cartone animato. L'autore del testo era
Renato Pizzamiglio, con cui
ancora oggi collaboro. Lavora all'IBM.
La
ballata di Tex era l'unico
brano inciso con il consenso dei Bonelli, che sono gli ideatori di
Tex
Willer. Gianluigi Bonelli era un personaggio, sempre con
la pistola:
sembrava di vedere Tex! Era una roba incredibile. Questo lavoro me lo
commissionò il figlio Giorgio, che non è Sergio
Bonelli, quello che ha in mano tutto l'ambaradan. Conobbi Giorgio
tramite un comune amico e mi disse "Niente, facciamo questa sigla".
Allora la feci, proprio pensando all'ambiente western. Avevo preso
spunto dai film di Sergio Leone, dal mondo di Morricone, dai vecchi
film con John Wayne e Gary Cooper. Poi a me è sempre
piaciuto questo mondo folk americano quindi ero a nozze a scrivere una
canzone così. Penso che non piacesse molto questo fatto del
disco alla famiglia Bonelli. Fu un'iniziativa del figlio Giorgio,
secondo me contrastata dal padre e magari anche dall'altro fratello.
Chi canta nella ballata?
La prima strofa è cantata
da Marco Ferradini, la seconda da
Silvio Pozzoli. Nelle
parti corali invece siamo sempre tutti insieme.
Ci sono anche io, perché a volte devi dare ai coristi
l'input del tempo, della grinta. Se no magari cantano in modo tutto
diverso e dividono in modo strano. Ecco perché sono
presente: anche per dare nei canti le intenzioni giuste.
Chi ha suonato?
Al banjo, che era uno strumento
suonato da pochi allora, c'era
Bruno De
Filippi. Oggi Bruno De Filippi penso sia l'unica star in Italia a
suonare l'armonica a bocca. E' convocato anche per sessioni all'estero.
E' uno molto bravo, che suonava molto bene anche la chitarra.
E l'arrangiamento?
L'arrangiamento l'ho curato io, come
al solito. Doveva però
esserci più chitarra. Come detto prima, io sono un autore
che fa tutto con la chitarra e quindi sentivo proprio in prevalenza una
chitarra folk in primo piano. Invece qui poi nel mixaggio è
stata tenuta un filino bassa. Gli effetti (zoccoli, pallottole) erano
effetti che allora aveva soltanto la RAI.
Quale etichetta ha pubblicato il disco?
Il disco fu pubblicato su un'etichetta
creata apposta da Giorgio Bonelli. Il nome del gruppo, Disco Tex, forse è un'idea di Giorgio Bonelli.
E' molto carina ed è stata
realizzata bene. Sicuramente
c'erano degli strumentisti forti. Penso ci fosse proprio Bruno De
Filippi, anche alla chitarra slide, che è una chitarra
normalissima suonata con un tubetto che si infilava nel dito anulare,
credo, e si faceva scivolare sulla tastiera. Il violinista penso che
fosse Al Mangano, il
primo violino dell'orchestra RAI di Milano. Era
l'unico che riusciva a fare questo suono un po' western, che non era
facile.
Conosci qualche altro autore o
interprete di quelle sigle?
Conosco
Bruno D'Andrea, il cantante di
Na-no na-no, ma gli altri no. Poi,
ecco, conosco
Bruno Lauzi.
Se dovessi indicare la tua sigla
preferita fra tutte quelle di cui abbiamo parlato, quale diresti?
La
banda dei ranocchi. Anche Sandybell a dire il
vero, ma quella per La Banda dei
ranocchi era troppo bella.
C'erano delle melodie che oggi, mah, non
sanno probabilmente cosa siano. Col computer la testa degli autori si
è atrofizzata. Si è sacrificata la
creatività. Si tende a fare delle frasettine di tre o
quattro misure ripetute per tutto il pezzo.
Cosa pensi delle sigle della Mediaset,
le uniche, in pratica, che sentiamo oggi in televisione?
Non seguo molto quel settore, oggi.
Non so cosa pensare, onestamente.
Ufo robot, certamente,
era un'altra cosa. Noi davamo quella grinta, nei
pezzi, che ai bambini mancava. Mia moglie, per questo, talvolta
partecipava ai cori delle Mele Verdi. Si è voluto togliere
quella grinta che c'era allora, oggi ci sono pezzi insulsi. Il bambino
non è più stimolato dalla melodia, è
stata un'involuzione tragica. Le sigle degli anni passati piacevano
anche agli adulti; penso, ad esempio, a
Lady Oscar.
Sei soddisfatto, insomma, della tua carriera?
Beh, vinsi un premio come "autore
dell'anno" di canzoni, nel 1975, per
aver scritto per gente come Albano,
Ornella Vanoni e Iva Zanicchi. Ho
solo il rimpianto di non aver fatto molto come cantautore. Oggi mi
occupo di musica da ballo, tentando di non scrivere canzoni banali.
Quali sono la tua migliore
qualità e il tuo peggior difetto?
Mi apprezzano perché so
ascoltare, sono un buon ascoltatore.
Il difetto è che sono smemorato, distratto di natura.
ALCUNE COPERTINE DEI DISCHI DI SIGLE DI CASTELLARI