Cosa
ci dice degli anni della Cgd?
Bè,
ho lavorato con tanta di quella gente, figurati che negli anni in
cui ero alla Cgd ho collaborato con artisti di grande nome come
Tozzi, la Cinquetti… Addirittura nel primo album di Tozzi,
nella famosissima Ti amo, l’arrangiamento venne fuori
da un mio suggerimento.
Lei
allora come si definirebbe artisticamente?
Io
non mi considero né arrangiatore né compositore. Ho
avuto diverse sollecitazioni che mi inducevano a iscrivermi alla
SIAE. Non l’ho mai fatto e sono contento di non averlo fatto.
Sono stato un fesso perché ci ho perso anche dei soldi. Per
me, però, la musica è intuizione e ho sempre lavorato
in team. Non mi sono mai accollato singolarmente il merito, cioè,
di un successo. Ho sempre cercato di valorizzare chi mi stava vicino
e di aiutare chi mi dava fiducia.
Ci
dica qualcosa degli artisti con cui ha lavorato.
Posso
dire di aver creduto in Mario Tessuto, quando in pochi lo facevano,
per Lisa dagli occhi blu e di aver un po’ rilanciato
Loredana Bertè con Sei bellissima. Un grande successo
l’ho avuto lavorando all’estero con Gigliola Cinquetti
mentre di Fiorella Mannoia ricordo con piacere il San Remo di Come
si cambia. E’ stata un po’ la mia capacità
di indovinare il giusto momento per certe cose. Successivamente
ho diversificato il mio lavoro, specializzandomi in progetti relativi
alla musica. Mi sono rinnovato… il rinnovamento è obbligatorio
nel mio lavoro. Ho per esempio avuto a che fare per due anni con
Paolo Limiti per Ci vediamo in
TV, un’ ottima collaborazione.
Posso
fare una domanda indiscreta? Perché è uscito dalla
Cgd?
E’
stato il più grande errore della mia vita del quale, comunque,
non mi vergogno. Mi sono dedicato a settori esterni alla musica
rilanciando il discorso musicale nel 1990, aprendo un locale dove
si faceva musica dal vivo di tipo latino-americano. L’ho tenuto
per sei anni ed è stato un bel successo, un preludio al mio
rientro. L’ultima cosa che ho fatto è stata una cosa
per Mogol.
Parliamo
delle sigle. Cominciamo con Zorro,
divenuto una sigla mitica.
E’
stato un lavoro che mi commissionò Giuseppe Giannini, grande
discografico di altrettante grandi vedute. La Cgd allora aveva dei
legami con la Walt Disney e da lì nacque il progetto per
Zorro. Con Arturo Zitelli,
che interpretò il pezzo, ci divertimmo come matti. Cioè
dicevamo: “Se non ci divertiamo noi non si divertiranno neanche
gli altri”. Strapazzammo allora la versione originale del
pezzo e l’abbiamo resa appetibile. Quando scadde il contratto
con noi la Disney non ha più utilizzato la nostra sigla e
io questo non me lo spiego… Se una cosa funziona deve rimanere,
usiamola!
Esatto,
anche adesso lo stanno riproponendo con un’altra sigla.
Non
mi ricordo nemmeno come facemmo a fare i suoni ma volemmo dare una
connotazione tipica e creare una cosa che caratterizzasse inconfondibilmente
il pezzo. Usavamo mezzi manuali per fare gli effetti. Allora non
c’era il computer e gli effetti che si sentivano nelle canzoni,
quando c’erano, colpivano: la spada, i cavalli e così
via…
Il
testo era di Zitelli?
Mi
pare di sì… non ricordo, mi prendi in contropiede.
Io l’arrangiai.
Ha
fatto anche Alan Ford?
Sì
sì sì. Noi facevamo dischi tutti i giorni e nei ritagli
potevamo fare anche le sigle. Quando potevo avere una ritmica e
poi un’orchestra si sfruttava quell’occasione per registrare.
Era tutto un fatto di organizzazione. Era il sano principio di non
buttare via i soldi.
Ha
fatto altre sigle?
Una
con la Goggi, per un programma con
la musica di Bruno Canfora, una con
Pippo Baudo per un programma invernale,
registrata a Parigi cantata da Marcel Aumont e che faceva:”Viva
le donne, viva le belle donne…”. Sempre con Baudo e
Pippo Caruso ne facemmo una a Rio de
Janeiro che fu la sigla di coda di un programma di Beppe
Grillo che si intitolava Te lo
do io il Brasile…
Caspita…
Sì,
sì. Si intitolava Io e te…
La registrammo sia in portoghese sia in italiano.
Perché
a lei non è stata data l’opportunità di fare
sigle per i cartoni animati giapponesi?
Perché
per quel discorso è stata data la priorità a altre
persone, soprattutto alle reti private di Milano. Per me, inoltre,
questo tipo di lavoro, quello sulle sigle cioè, è
sempre stato occasionale, così come lo è stato per
mio figlio. Ci sono state invece persone che si sono dedicate interamente
a quel settore, come Cristina D’Avena.
Certo.
Ora parliamo un po’ di Remì.
Ci fu un articolo su Onda TV. Sappiamo cosa successe, che lei si
ritenne offeso…
No,
no… offeso no. Fu un problema di un padre che cercava di avere
attenzione per un figlio, Gian Paolo, che allora era piccolo. Volevo
tutelare mio figlio, tutto qua. Lui registrò la canzone in
studio, l’aveva fatta benissimo e volevo valorizzare il pezzo.
Non mi andava bene che comparisse un'altra persona. Per il resto
andava tutto bene.
Addirittura
Gian Paolo mi ha detto che si ricorda molto volentieri, anziché
Remì, il disco che ha fatto con Tadini
per le due sigle per la Balena Giuseppina.
Appunto.
Era solo un dare a Cesare quel che è di Cesare.
Capisco.
Per finire, una domanda che faccio a tutti. Quali sono il miglior
pregio e il peggior difetto di Gianni Daldello?
Il
difetto è che penso sempre di avere diciotto anni…
e invece non li ho. Il pregio è che, nonostante un’esperienza
sbagliata, ho saputo ritornare a galla, usando tanta tanta umiltà,
sapendomi rinnovare senza salti mortali.
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