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Gianni Daldello

 

Intervista di Mauro Agnoli con la collaborazione di Marco Nacci e Gabrio Secco (30-01-2001)

Ho intervistato l'autore in un locale vicino piazza Duomo a Milano. Ringrazio suo figlio per avermi messo in contatto con lui (nda).

LA MIA BIOGRAFIA

Gianni Daldello e Mauro AgnoliAnagrafe. Sono nato a Milano il giorno 08-10-1940. Famiglia. Sono figlio di Nanni Daldello e Anna D’Apice. Mio fratello, Franco, è produttore discografico. Ho anche una sorella di nome Dori. Mio figlio è Gian Paolo il quale, oltre a lavorare in una multinazionale editoriale, si occupa di effetti speciali. La mia ex-moglie è Paola Orlandi, corista per molto tempo. Radici. Il rapporto fra la mia famiglia e la musica è molto vecchio giacché mio padre Nanni era direttore d’orchestra mentre mio nonno era direttore di banda. Esordio artistico. Per una ventina d’anni ho lavorato alla Cgd, partendo come assistente artistico per poi divenire, a piccoli passi, dirigente e responsabile della produzione artistica. Considero Franco Crepax il mio maestro. Il lavoro in Cgd parte cronologicamente nel 1967, con le prime esperienze al Festival di San Remo, i Dischi per l’Estate e così via. Carriera. Ho collaborato, negli anni della Cgd, con numerosi artisti, seppur interagendo quasi come produttore indipendente: da Umberto Tozzi a Gianni Bella, dai Camaleonti a Gigliola Cinquetti, da Marcella a Mario Tessuto fino a Fiorella Mannoia. Ricordo con molto piacere anche la collaborazione con Loredana Bertè per Sei bellissima, divenuto un grande successo.

CHIACCHIERATA SULLE SIGLE

Cosa ci dice degli anni della Cgd?

Bè, ho lavorato con tanta di quella gente, figurati che negli anni in cui ero alla Cgd ho collaborato con artisti di grande nome come Tozzi, la Cinquetti… Addirittura nel primo album di Tozzi, nella famosissima Ti amo, l’arrangiamento venne fuori da un mio suggerimento.

Lei allora come si definirebbe artisticamente?

Io non mi considero né arrangiatore né compositore. Ho avuto diverse sollecitazioni che mi inducevano a iscrivermi alla SIAE. Non l’ho mai fatto e sono contento di non averlo fatto. Sono stato un fesso perché ci ho perso anche dei soldi. Per me, però, la musica è intuizione e ho sempre lavorato in team. Non mi sono mai accollato singolarmente il merito, cioè, di un successo. Ho sempre cercato di valorizzare chi mi stava vicino e di aiutare chi mi dava fiducia.

Ci dica qualcosa degli artisti con cui ha lavorato.

Posso dire di aver creduto in Mario Tessuto, quando in pochi lo facevano, per Lisa dagli occhi blu e di aver un po’ rilanciato Loredana Bertè con Sei bellissima. Un grande successo l’ho avuto lavorando all’estero con Gigliola Cinquetti mentre di Fiorella Mannoia ricordo con piacere il San Remo di Come si cambia. E’ stata un po’ la mia capacità di indovinare il giusto momento per certe cose. Successivamente ho diversificato il mio lavoro, specializzandomi in progetti relativi alla musica. Mi sono rinnovato… il rinnovamento è obbligatorio nel mio lavoro. Ho per esempio avuto a che fare per due anni con Paolo Limiti per Ci vediamo in TV, un’ ottima collaborazione.

Posso fare una domanda indiscreta? Perché è uscito dalla Cgd?

E’ stato il più grande errore della mia vita del quale, comunque, non mi vergogno. Mi sono dedicato a settori esterni alla musica rilanciando il discorso musicale nel 1990, aprendo un locale dove si faceva musica dal vivo di tipo latino-americano. L’ho tenuto per sei anni ed è stato un bel successo, un preludio al mio rientro. L’ultima cosa che ho fatto è stata una cosa per Mogol.

Parliamo delle sigle. Cominciamo con Zorro, divenuto una sigla mitica.

E’ stato un lavoro che mi commissionò Giuseppe Giannini, grande discografico di altrettante grandi vedute. La Cgd allora aveva dei legami con la Walt Disney e da lì nacque il progetto per Zorro. Con Arturo Zitelli, che interpretò il pezzo, ci divertimmo come matti. Cioè dicevamo: “Se non ci divertiamo noi non si divertiranno neanche gli altri”. Strapazzammo allora la versione originale del pezzo e l’abbiamo resa appetibile. Quando scadde il contratto con noi la Disney non ha più utilizzato la nostra sigla e io questo non me lo spiego… Se una cosa funziona deve rimanere, usiamola!

Esatto, anche adesso lo stanno riproponendo con un’altra sigla.

Non mi ricordo nemmeno come facemmo a fare i suoni ma volemmo dare una connotazione tipica e creare una cosa che caratterizzasse inconfondibilmente il pezzo. Usavamo mezzi manuali per fare gli effetti. Allora non c’era il computer e gli effetti che si sentivano nelle canzoni, quando c’erano, colpivano: la spada, i cavalli e così via…

Il testo era di Zitelli?

Mi pare di sì… non ricordo, mi prendi in contropiede. Io l’arrangiai.

Ha fatto anche Alan Ford?

Sì sì sì. Noi facevamo dischi tutti i giorni e nei ritagli potevamo fare anche le sigle. Quando potevo avere una ritmica e poi un’orchestra si sfruttava quell’occasione per registrare. Era tutto un fatto di organizzazione. Era il sano principio di non buttare via i soldi.

Ha fatto altre sigle?

Una con la Goggi, per un programma con la musica di Bruno Canfora, una con Pippo Baudo per un programma invernale, registrata a Parigi cantata da Marcel Aumont e che faceva:”Viva le donne, viva le belle donne…”. Sempre con Baudo e Pippo Caruso ne facemmo una a Rio de Janeiro che fu la sigla di coda di un programma di Beppe Grillo che si intitolava Te lo do io il Brasile

Caspita…

Sì, sì. Si intitolava Io e te… La registrammo sia in portoghese sia in italiano.

Perché a lei non è stata data l’opportunità di fare sigle per i cartoni animati giapponesi?

Perché per quel discorso è stata data la priorità a altre persone, soprattutto alle reti private di Milano. Per me, inoltre, questo tipo di lavoro, quello sulle sigle cioè, è sempre stato occasionale, così come lo è stato per mio figlio. Ci sono state invece persone che si sono dedicate interamente a quel settore, come Cristina D’Avena.

Certo. Ora parliamo un po’ di Remì. Ci fu un articolo su Onda TV. Sappiamo cosa successe, che lei si ritenne offeso…

No, no… offeso no. Fu un problema di un padre che cercava di avere attenzione per un figlio, Gian Paolo, che allora era piccolo. Volevo tutelare mio figlio, tutto qua. Lui registrò la canzone in studio, l’aveva fatta benissimo e volevo valorizzare il pezzo. Non mi andava bene che comparisse un'altra persona. Per il resto andava tutto bene.

Addirittura Gian Paolo mi ha detto che si ricorda molto volentieri, anziché Remì, il disco che ha fatto con Tadini per le due sigle per la Balena Giuseppina.

Appunto. Era solo un dare a Cesare quel che è di Cesare.

Capisco. Per finire, una domanda che faccio a tutti. Quali sono il miglior pregio e il peggior difetto di Gianni Daldello?

Il difetto è che penso sempre di avere diciotto anni… e invece non li ho. Il pregio è che, nonostante un’esperienza sbagliata, ho saputo ritornare a galla, usando tanta tanta umiltà, sapendomi rinnovare senza salti mortali.

 

Nota dell'autore: con gli anni, e come è successo a tanta gente, l'attività di Gianni si è diversificata. Ad esempio mi raccontava della sua collaborazione con la Hobby & Work per le iniziative editoriali. Un settore dove riesce a coltivare una vivace creatività che ha già dato tanto al settore musicale.

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