Come
potreste definirvi musicalmente?
Siamo
sicuramente due figli della nostra epoca musicale, quella che va
dal 1955 al 1970. Credo che oggi ci sia la voglia di ritrovare quelle
atmosfere e quel particolare stile compositivo. Si è un po’
persa la poetica… magari si suona e si registra meglio ma
qualcosa manca. I miei nipoti sono figli del loro tempo e a me non
piace il genere di musica che ascoltano: nonostante questo sanno
apprezzare anche molte cose del passato. L’altro giorno, comunque,
ho messo in macchina una cassetta con alcuni nostri vecchi pezzi.
Ero con le mie figlie e gradivano tantissimo canzoni come Angels
and Beans o Flyng through
the air. Mi sono accorto in quell’occasione della
nostra prolificità. Ricordo che i cori li facevamo curare
da Nora Orlandi. Impiegavamo il suo
coro quando c’era la grande orchestra. C’erano poi le
Baba Yaga, quattro ragazze di Roma
che spesso collaboravano con noi; una di loro si chiamava Isabella.
In quasi tutti i dischi degli Oliver Onions
ci sono le Baba Yaga: ci portavano allegria, fortuna ed erano brave.
Avete
fatto esperienze anche come direttori d’orchestra?
Certo.
Siamo stati nel mondo della musica a 360°. E’ chiaro che
bisogna capire le cose per cui si è tagliati. Se a me viene
chiesto di comporre la colonna sonora per un film irlandese in tre
mesi sono costretto a documentarmi sulle tradizioni dell’Irlanda.
E’ come se a un tizio di New York venisse commissionata una
musica su Napoli. Pur mantenendo uno spirito obiettivo nei confronti
del mio lavoro cerco di non fare mai niente con la mano sinistra.
Avete
o avete avuto dei collaboratori fissi?
La
nostra è una specie di ditta consolidata. A parte un breve
periodo abbiamo sempre lavorato con Cesare
De Natale e Susan Duncan Smith.
Nel nostro studio si sono succeduti tre tecnici ma questo soprattutto
per motivi anagrafici. Il primo, Giuseppe
Mastroianni, è stato colui che ci ha seguito fino
al 1977. In seguito è arrivato Stefano
Zaccaliti, morto prematuramente in un incidente stradale.
Dal 1981 lavoriamo con Luigi Notte.
Chi
è Guido Di Toma?
E’
un tecnico dei master che lavorava per l’allora RCA e per
l’attuale BMG Ricordi.
E
chi è, invece, Hidalgo?
Si
tratta di una nostra vecchia collaboratrice che ci ha aiutato nell’elaborazione
di alcuni nostri pezzi in spagnolo: il suo nome è Juanita
Hidalgo. Adesso vive in Florida.
Delle
sigle televisive che avete fatto cosa pensate?
Abbiamo
fatto delle sigle che hanno avuto molto successo, sebbene, talvolta,
l’impatto era più all’estero che in Italia. Verde,
per esempio, composta per il film Quaranta
giorni di libertà, in Italia non ha avuto grosso
esito, mentre nel resto d’Europa è quasi un inno nazionale.
Che
differenza c’è fra il successo che avete avuto come
compositori di sigle televisive e come compositori di musiche per
il cinema?
Mah…
un film, nel 1974 o nel 1975, poteva avere un approccio mediatico
diverso da oggi. Uno dei nostri rimpianti è che abbiamo fatto
cose valide non giustamente supportate: non tanto per il successo
economico ma per trovare la voglia di fare, la spinta.
Dopo
aver suonato nei Pinguini cosa successe col vostro nuovo gruppo,
i GM?
Il
nome completo dei GM era GM and The Black Stones. Scimmiottammo
un po’ i Rolling Stones. Ne fece parte anche il futuro chitarrista
dei Banco del Mutuo Soccorso: Marcello Todaro.
Come
avete vissuto l’impatto con il vostro successo?
Economicamente
il successo non fu così clamoroso. La maggior parte dei proventi
se li cuccava la casa discografica. Per esempio, con Tanto pe’
canta’ di Nino Manfredi, che vendette tantissimo, noi
curammo l’arrangiamento e fummo pagati poco. I nostri anni
d’oro artistici non furono, insomma, i nostri anni d’oro
economici. Dal punto di vista della soddisfazione il successo e
i vantaggi furono comunque indubbi. Siamo rimasti con i piedi per
terra e questo, onestamente, lo dobbiamo soprattutto a mio fratello.
Ci siamo sempre domandati per quanto tempo sarebbe durato il nostro
successo. Era un periodo particolare: all’RCA, per esempio,
si bivaccava tutto il giorno e capitava di suonare per Morricone
o per altri mostri sacri del genere. Avevamo, specialmente io, il
dubbio di non essere capaci di fare certe cose. Mio fratello era
sempre quello che, finita una produzione artistica, emergeva dal
punto di vista manageriale.
Emma
ha avuto nessun ruolo in tutto il vostro lavoro?
Ha
avuto un ruolo indubbio e fondamentale. Anche come supporto.
Nel
campo musicale ci sono molti fratelli che collaborano. Qual è
il vantaggio?
L’unione,
fondamentalmente, fa la forza e la musica è un settore dove
non si può scherzare molto. E’ forse il modo per mantenere
intatta una nicchia, ma ci sono anche altri modi. Noi, oggi, abbiamo
una nostra casa di produzione, la Together Production International,
nella quale collaboriamo con altri partner internazionali. Abbiamo
curato, per esempio, Incantesimo,
per la RAI, in modo completo. Ci occupiamo di varie sfere d’intervento
da un punto di vista artistico perché occorre evolversi per
mantenere un certo successo. E’ capitato anche che noi lavorassimo
per tre mesi sulla musica di un film che poi non usciva.
Che
differenza c’è fra il modo di fare musica del passato
e quello odierno?
Rischio
di passare per un nostalgico ma sicuramente prima c’era maggiore
prolificità. C’erano i miti, ossia qualcosa di irraggiungibile.
Oggi posso prendere e toccare qualsiasi cosa. Per me Paul Anka era
un mito, se fosse nato oggi probabilmente non lo sarebbe perché
lo vedrei in televisione in un programma di intrattenimento accanto
al cruciverbone.
Quali
sono i peggiori difetti e le migliori qualità di Maurizio
e di Guido De Angelis?
Il
mio difetto è che sono umorale, dal punto di vista del carattere.
Grazie a questo, però, riesco anche ad avere la giusta spinta,
quando mi va, per fare le cose. Guido invece è dinamite!
E’ una risorsa infinita di progetti credibili e realizzabili.
Talvolta eccede, ma la perfezione non si può avere.
Partiamo
con gli aneddoti. E’ chiaro che non immagino che i ricordi
siano precisi dopo tutto questo tempo, però ci provo…
Sandokan, con il suo retro
Sweet Lady Blue.
Il
coro di Sandokan fu registrato a Londra. Ebbero successo
sia la canzone, sia la storia sia il personaggio. Ricordo dei commenti
a luci rosse su Kabir Bedi da parte di alcune signore! Fu un prodotto
veramente fatto bene. Alla RAI fecero dei problemi perché
il fatto che la nostra sigla non fosse solo musicale ma anche cantata,
costituiva una rottura col passato. Pensammo a quell’inizio
così roboante (San-do-ka-an… San-do-ka-an) perché
costituisse proprio un richiamo per l’inizio dello sceneggiato.
Era lo stesso periodo in cui conducemmo Radio
Discoteca, programma radiofonico nel quale, guidati
da Enzo Marchetti alla regia e dal programmatore RAI Massimo Lazzeri,
presentavamo una scaletta di dischi tra i quali inserivamo anche
due o tre pezzi nostri. La sigla di Radio Discoteca, nostra, era
O pateo. Grazie a quella
trasmissione scoprimmo l’umanità di chi ascolta la
radio: ci arrivavano delle lettere bellissime che ci fecero capire
che potevamo dare, in quei 30-40 minuti, dei momenti di serenità.
Noi non sapevamo fare radio: dicevamo spesso sciocchezze ma…
alla fine una verità c’era. La trasmissione andò
avanti per tre anni.
Come
mai avete sempre preferito non apparire troppo?
Per
come sono fatto io preferisco non apparire. Vigliaccamente è
molto meglio fare come quello che ha inventato la penna bic: tutti
usano la penna ma nessuno sa chi ne è l’inventore.
Ho conosciuto Carlo Verdone, ci siamo visti a qualche cena. E’
una persona molto simpatica. Ebbene, ogni volta che esce di casa
viene letteralmente assalito da valanghe di persone che gli chiedono
l’autografo. Io non potrei vivere così.
Cosa
ricordi del maestro Gianfranco Plenizio,
con cui avete collaborato?
E’
l’ottimo Plenizio, un nostro collaboratore. Un pianista e
un direttore d’orchestra a cui abbiamo, tra l’altro,
fatto curare il nuovo Sandokan
della Mediaset.
Dune
Buggy, un altro mito.
Ti
dirò che Lilly Greco era un musicista dell’RCA che
aveva favorito le performances di Patty Pravo e di Jimmy
Fontana. All’epoca di Dune Buggy c’era
una trasmissione intitolata Hit Parade,
alla radio. Una volta, a questa trasmissione, Lilly Greco espresse
un giudizio sulla nostra canzone, che era entrata in classifica:
“Certo, però che questi americani…”. In
realtà di americano c’era ben poco in Dune Buggy,
forse la freschezza del pezzo, che è presente ancora oggi.
In Dune Buggy c’erano le Baba Yaga sicuramente.
Il
retro del disco, Across the fields,
era firmato, tra gli altri, anche da Dandylion.
Quello
era uno pseudonimo di Susan Duncan Smith. Gli pseudonimi aiutavano
molto, anche perché eravamo talmente prolifici che per farci
"digerire" eravamo costretti a usare degli pseudonimi.
Da qui i vari nomi Oliver Onions, M
& G Orchestra, i Barqueros,
i Dandylions, i Charango
e così via.
Perché
Oliver Onions?
Innanzitutto
era, ed è, un nome che si pronuncia come si legge. Lo decisero
Cesare De Natale e Susan Duncan Smith. Oliver Onions, comunque,
era uno scrittore inglese, la traduzione è Oliviero Cipolle.
Era un nome di facile rimembranza, provammo anche a nascondere il
fatto che fossimo noi gli Oliver Onions e, per due o tre anni, ci
riuscimmo.
Cos’erano
le Edizioni Slalom?
Erano
una strategia editoriale dell’RCA.
Che
c’è da ricordare del pezzo Why
is everyone so mad?
Rientra
nel filone delle canzoni fatte per i film che Bud Spencer ha girato
senza Terence Hill. Li abbiamo conosciuti: due persone carinissime.
Purtroppo Mario Girotti ovvero Terence Hill lo abbiamo incontrato
solo un paio di volte, prima che lui andasse a vivere in America.
Con Carlo Pedersoli / Bud Spencer ancora oggi ci incrociamo e forse
faremo ancora qualcosa insieme dal punto di vista produttivo. Se
va in porto si tratterà comunque di qualcosa per la TV.
Orzowei,
uno dei pezzi mitici.
Lo
facemmo allo Studio B dell’RCA nei ritagli di tempo delle
registrazioni di Gabriella Ferri, cantante
con la quale abbiamo condiviso dei momenti artisticamente bellissimi.
Orzowei ci divertì molto, una canzone davvero autentica.
S.O.S.
Spazio 1999.
Fu
fatta insieme a Migliacci. La realizzazione
fu di Rosario Ponzo. Di quella serie
facemmo, però, solo la canzone, non la colonna sonora (probabilmente
si riferisce al film con le musiche di Ennio Morricone, nda).
Furia.
Albertelli
fece il testo, noi la musica. Non potemmo portare Cesare De Natale.
Mal cantò benissimo ma risentì troppo del successo
di Furia. Sembrava che, dopo
quella canzone, Mal non fosse in grado di fare altri pezzi!
Nella
canzone fatta per L’occhio che uccide
gli arrangiamenti erano di Ruggero Cini.
Una
persona straordinaria. Fu lui che arrangiò La bambola
di Patty Pravo. A quel periodo, e all’RCA, dobbiamo tantissimo
ma, ripeto, non avemmo il successo che avremmo potuto ottenere.
La
versione Furia Papero Quack.
La
fece Dougie Meakin.
Hombres
del mar, dei Charango.
Non
avevamo esclusive come compositori oppure, se ce l’avevamo,
potevamo lavorare anche per altri, la Cinevox in questo caso.
Bulldozer
e Just a good boy.
Uno
dei primissimi prodotti che nacque col nostro nuovo studio. Fu,
anzi, l’ultimo disco che facemmo in uno studio che non era
il nostro. Il nuovo studio ovviamente era il Cabum. Bulldozer
fu un pezzo molto riuscito. Parlando di queste cose avverto la freschezza
e il piacere per cose che non ricordavo.
Arriviamo
alle sigle per i cartoni animati. Perché avete, talvolta,
abbandonato il nome Oliver Onions a favore di altri?
Sempre
per il solito motivo della nostra sovraesposizione. Per quelle sigle
fummo contattati dagli spagnoli, benché i cartoni animati
fossero giapponesi.
Cominciamo
con Doraemon. Qualche ricordo?
No,
non direi. Ricordo solo che facevamo una sigla di un cartone animato
ogni anno.
Il
giro del mondo in 80 giorni.
C’erano
la versione spagnola, quella inglese e quella italiana. Furono sigle
che ebbero un’ottima distribuzione nonostante non abbiano
mai ottenuto il successo di Sandokan o di Orzowei.
Ruy
piccolo cid.
La
priorità di questo pezzo lo ebbe la versione spagnola. Andammo,
infatti, a Madrid a registrarlo e c’era una bella corista,
questo me lo ricordo bene! La Benedetta
che compare come interprete della sigla italiana era una parente
della moglie di mio fratello, il cui cognome mi sembra sia Serafini.
Come
mai Kangaroo Team Record?
Era
la nostra prima etichetta discografica. Ci piaceva l’idea
del canguro, dal cui marsupio usciva, ogni tanto, un disco.
Qualche
ricordo per le canzoni realizzate, con un intero Lp, per il cartone
animato Jacky, l’orso del Monte
Tallac?
Purtroppo
non ricordo molto di questo lavoro. Se non le richieste pressanti
della produzione affinché finissimo in fretta. Per Jacky
facemmo un intero Lp poiché c’era materiale a sufficienza.
E non dimentichiamoci le dinamiche di mercato con cui dovevamo fare
i conti.
Rocky
Joe.
Facemmo
solo la sigla di questo cartone, così come per Marco
Polo.
Come
mai alcuni di questi cartoni animati sono letteralmente spariti
dalla circolazione?
Non
so, D’Artacan, comunque,
è sparito in Italia ma non all’estero. Per Le
avventure di Marco Polo e Rocky
Joe forse non erano destinati a un riutilizzo o a un
seguito.
Galaxy
è la stessa melodia di Fantasy,
canzone che possiamo sentire nel film Bomber,
con Bud Spencer.
Il
mio ricordo è che non mi ricordo! Non mi ricordo, cioè,
quale versione influenzò l’altra. Mi sembra, però,
che il pezzo nacque come Galaxy. Un regista che lo sentì
lo apprezzò talmente che lo volle per il film Bomber.
Cosa
è successo dopo il 1984?
Dopo
quell’anno gli Oliver Onions hanno effettivamente fatto ben
poco. C’è da capire che noi abbiamo avuto una vita
discografica che è andata di pari passo con un altro tipo
di attività artistica, cioè i film per la tv come
compositori di colonne sonore (ricordo che i fratelli De Angelis
hanno toccato proprio in questi ultimi due anni il picco di questa
loro attività, con la produzione di Elisa
di Rivombrosa, nda). A me e a mio fratello ogni tanto
viene il prurito, la voglia di fare un nuovo prodotto targato Oliver
Onions e, infatti, la recente versione di Sandokan (quella
per la Mediaset), l’abbiamo eseguita senza remore (inoltre
qualche anno fa hanno realizzato una nuova sigla tv per il cartone
animato Jolanda, in onda sulla
RAI, nda).
Quali
sono i musicisti che collaboravano con voi per le sigle?
C’erano
Dino Kappa, Guerini,
Mario Scatti, Massimo
Buzzi e poi c’era Mandrake,
un bravissimo percussionista di colore brasiliano con cui avevamo
inventato, in Mañana,
dal film Porgi l’altra guancia,
il motto “maeba”, cantato dai tifosi di calcio di tutta
Italia. Ricordo ancora i romanisti che lo cantavano a noi laziali
dopo aver vinto un derby!
Avete
una sigla preferita fra quella che avete fatto?
Io
ho una piccola preferenza per Verde, anche se non ha avuto
successo in Italia. Fu una canzone di grande impatto benchè
non abbia avuto una grande esposizione.
Cosa
puoi dirmi di quel mitico brano dal film Altrimenti
ci arrabbiamo, che un Bud Spencer inseguito da un freddo
e sfigatissimo cecchino canta insieme a un coro femminile, il famoso
"LA-la-la-la-lalla"?
Un
pezzo mitico, lo confermo! Lo abbiamo registrato a Madrid. Quasi
sempre le persone si ricordano solo il pezzo base di una colonna
sonora di un film ma quello è solo un ottavo di tutto il
lavoro.
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