Iniziamo,
signor Detto?
Sì.
Per quanto riguarda questo mercato delle sigle per i bambini, io
sono entrato in questa storia dall’inizio. Soprattutto per
quanto riguarda la fase iniziale, quando le case discografiche hanno
visto che era un affare, ci si son buttate tutte quante dentro,
eh? Poi alla fine c’è stato un crollo nelle vendite,
dovuto in massima parte a un’inflazione dei cartoni. Sa che
io ho proprio pubblicato Jeeg robot
e Ryu il ragazzo delle caverne,
che furono i primi due?
Bè,
in realtà i primi furono Heidi
e Ufo Robot!
No,
no, è come dice lei, però, io avevo fatto questo calcolo
allora: furono dei successi, però furono successi della Rai.
Io ero convinto che le tivù private di allora non facessero
tendenza, in quanto se una sigla televisiva veniva proposta dalla
Rai poteva far successo, invece le reti locali non avevano la potenza
della Rai… lì era l’inizio, quindi io ero convinto
che le sigle televisive, viste attraverso canali non ufficiali,
come la Rai, non avessero un riscontro di vendite. Era una convinzione
un po’ in generale, questa. Io mi sono accorto poi in seguito
che questa teoria era giusta, ma era sbagliata nei confronti dei
bambini, perché loro non distinguevano tra Rai e reti locali.
Per cui, vedendo un cartone animato, a loro piaceva, e andavano
a cercarsi il disco. All’inizio erano accessibili le richieste
da parte del produttore che dava il filmato, per cui si poteva mantenere
anche una qualità discreta. Con quella cifra, si poteva investire
anche nella qualità del prodotto. Per quanto riguardava la
spesa, le cifre erano standard, io non facevo distinzione tra i
prodotti. Un disco costava poco, allora, 2 o 3 milioni. Però
non era una concezione artigianale del prodotto, ma professionale.
Ad esempio, se lavoravo con i Camaleonti, avrei speso tanti soldi
quanto per una sigla per bambini. Io costruivo la canzone, musicalmente,
e poi andavo in sala con gli stessi principi di un disco serio.
Ecco, l’unica discriminazione che possa aver fatto, era che
passavo 5 ore in sala, prima facevo i Camaleonti, poi qualcos’altro,
mentre l’ultima ora la dedicavo alle sigle per bambini, perché
erano meno impegnative, meno faticose, però la cura rimaneva
la stessa, eh?
Come
nasceva il progetto di fare una sigla?
La
CAM affidava il compito a me di fare il pezzo. Io lo facevo scegliendo
quasi sempre Andrea Lo Vecchio per
fare i testi. Mi sembrava adatto. Ci siamo resi conto dopo Jeeg
robot e Ryu il ragazzo delle caverne che l’idea
era vincente e ci mettemmo noi stessi a realizzarle. All’inizio,
cioè, ci limitavamo a rifare la sigla su di una base fatta.
Poi la dovevamo creare, il compito si complicava, ma aumentava senz’altro
la qualità.
Mi
risulta che in Jeeg robot c’erano i fratelli
Balestra a fare i cori mentre Roberto
Fogù era il solista, poi c'era Cordio.
Non
mi ricordo moltissimo. Cordio era sicuramente un altro che partecipava
al lavoro. I Balestra giravano anche loro intorno alla CAM. La grossa
quantità di materiale che mi passava fra le mani in quel
momento e la scarsa credibilità del prodotto di partenza
non mi consente di avere ricordi nitidi.
La
sigla di coda di Ryu, il ragazzo delle caverne era Un
milione d’anni fa, cantata da Georgia
Lepore. Si ricorda qualcosa?
E’
la figlia di Paolo Lepore, adesso fa
la doppiatrice. Paolo era un dirigente o un impiegato della CAM.
Eravamo sempre nella fase iniziale, di prova. Il padre la propose
e lei fu bravissima. Dopo il successo avuto con le prime sigle,
comunque, le scelte per gli interpreti dei brani furono più
pesate.
Del
disco di Ryu esistono due versioni: la prima ha come retro
un brano strumentale composto da lei: Rhan,
l’altra versione ha invece, come lato B, la già citata
sigla finale Un milione d’anni fa. Come mai?
Vedemmo
che il pezzo funzionava. Rahn serviva per diminuire le
percentuali ai giapponesi. Capimmo, però, che il disco poteva
vendere ancora di più.
Come
mai in Jeeg robot e in Ryu, il ragazzo delle caverne
non vennero citati, come autori, i nomi originali giapponesi accanto
a Paolo Moroni, che curò il testo italiano?
Probabilmente
non si sapeva chi fossero. Di Jeeg robot esisteranno quindici
cover. Sono canzoni diventati dei culti (alcuni anni fa Mariano
ha pubblicato il cd doppio con il meglio delle sue sigle tv, e in
quell'occasione si è prodigato in una ricerca presso la Siae
che ha prodotto anche i nomi degli autori originali, nda).
Perché
in Jeeg robot c’era, sulla copertina, l’immagine
del nemico e non quella del protagonista?
C’era
un problema di tempo. Le richieste per il pezzo erano incessanti
e dovevamo sbrigarci per stamparlo! Lo ripeto: nessuno pensava a
un successo simile, successo che, invece, arrivò in maniera
pesante. Ritardare un giorno voleva dire perdere, magari, 100.000
copie perché l’RCA, per esempio, avrebbe potuto farne
una cover e sfruttare il successo. Chiunque poteva farlo per questo
dovevamo approfittarne al massimo. Non ci preoccupavamo tanto di
chi c’era in copertina, almeno per quel che riguarda Jeeg
e Ryu. Dopo, invece, siamo stati più attenti al
prodotto, salvaguardandolo artisticamente.
Cosa
ricorda della prima sigla di Don Chuck,
il castoro?
Vendette
circa 150.000 copie. Il botto l’aveva fatto Jeeg robot
e poi lo fece, secondariamente, Gundam.
Entrambi i dischi vendettero più o meno mezzo milione di
copie. Per Gundam, tra l’altro, ricordo che ci furono
dei problemi con il distributore italiano, per i quali il cartone
animato è stato tolto dalla circolazione.
Dopo
Don Chuck, il castoro il coro è sempre stato quello
di Nini Comolli?
Sì,
Ninì era la moglie di un Comolli di cui non ricordo il nome
(Dino Comolli, nda) ma che faceva parte
del quartetto I Radar. Utilizzavo lei
sia per le sigle sia per canzoni nelle quali mi occorrevano le voci
dei bambini. Tutte le cose fatte a Milano le feci con Nini Comolli.
Cosa
ricorda delle altre sigle di cui è stato autore o produttore?
Il
cantante era spesso Mario Balducci.
I nomi di tutti coloro che parteciparono alla realizzazione delle
mie sigle non li ricordo ma posso dirti, ad esempio, che Lilly,
sigla del cartone animato I bon bon magici
di Lilly, la cantò Mariano
Perrella, il capocomplesso del gruppo musicale Pandemonium.
Venivano spesso usati degli pseudonimi perché gli artisti
preferivano evitare i loro nomi originali.
Di
Astroganga cosa ricorda?
Non
molto a dire la verità. Fu una sigla inserita in quella che
divenne ben presto una realizzazione di routine, anche se una routine
non di bassa lega. I nomi degli interpreti, come Galaxy
Group, erano tutta roba di fantasia.
Ricorda
di chi era il vocione solista del pezzo?
Era
Vincenzo Polito, uno dei Pandemonium.
Lo stesso, insomma, che cantò Mazingher
Z. Caspita, se mi metto a parlare quante cose mi ricordo!
Era un tastierista, ha collaborato con me anche in diverse colonne
sonore per film. Ascoltando nuovamente Astroganga mi rendo
conto che, allora, Polito cercò di fare un po’ il vocione
per non essere riconoscibile come Pandemonium. A cantare si sente,
sullo sfondo, anche Angelo Giordano.
Da
come parla sembra che lei tenesse molto alla parte realizzativa,
oltre a quella compositiva.
Certo.
Ci terrei moltissimo che tu indicassi il discorso psicologico quando
scriverai questa intervista. Io volevo considerare i bambini come
persone vere, come piccoli uomini cioè. Volevo che sulla
base di queste scelte si ascoltassero i brani.
C’è,
oggi, qualche emozione che la lega a quei pezzi?
Non
in particolare. Solo per Gundam provai un vero coinvolgimento.
Per la prima volta sia io che Andrea volemmo azzardare un rock per
una canzone per bambini. Fino ad allora le sigle per i piccoli erano
considerate quelle per lo Zecchino d’Oro.
Studiammo bene il pezzo perché c’era, anche se non
solo in Gundam, una certa dose di violenza e non poteva
essere un qualcosa fatto per scherzo. Inoltre ricordo che volemmo
dare un messaggio forte a chi ascoltava la canzone: non si trattava
solo di Gundam, e quindi di Peter Rey e di tutto il resto
della storia, ma che "nessuno ce la fa contro Gundam!",
come dice la voce di Andrea Lo Vecchio nella parte finale del pezzo,
era una specie di annuncio.
Le
capitava di vedere dei filmati dei cartoni animati prima di comporne
la sigla?
Certo.
Per capire l’atmosfera dovevi vederli! Mi avvicinavo a tutte
le cose in questo modo.
Cosa
può dire de' La piccola Lulù
cantata da Angelo del gruppo I Clown?
La
cantava Angelo Giordano. Degli autori
conosco personalmente Alberto Testa.
In quel pezzo c’entro solo come produzione.
Chi
è G. Mauro?
E’
Gianni Mauro, un altro componente dei
Pandemonium. Era un bravo autore dei testi. Con me ha scritto le
parole per la colonna sonora del film Il bisbetico domato,
con Celentano. I collaboratori me li scelgo sempre buoni!
Chi
erano I Clown? Li trovo ne' La piccola Lulù, nel
retro di Lucy di Bobby
Solo e in quello di Boys &
girls, un pezzo di Nico Fidenco.
Devi
sapere che conobbi il gruppo dei Pandemonium alla commedia musicale
In bocca al lupo dove questi ragazzi facevano sia i cori
che gli attori. Ne facevano parte Vincenzo Polito, Gianni Mauro,
Patrizia Tapparelli, Anna
Pirastu, moglie di Mariano Perrella e altri che non ricordo…
in quell’occasione nacque un feeling con questo gruppo, erano
più di dieci persone, e divennero un mio gruppo fisso per
le collaborazioni. In seguito facemmo uno spettacolo per una televisione
milanese, creato da Giancarlo Nicotra: in quell’occasione
vennero alla luce i Clown, praticamente un sottogruppo dei Pandemonium.
Collaboravo con i Pandemonium per i film, per le canzoni e per tante
altre cose.
Si
ricorda chi era l’autore della versione italiana del disco
Mazingher Z?
Dino
Verde
padre.
Ricorda
qualcosa di Grandi magazzini?
Era
la sigla per un film di Castellano e Pipolo. Un bel ricordo per
la partecipazione alla realizzazione di molti attori famosi.
Come
nacque l’idea di una seconda sigla per il cartone animato
Don Chuck, il castoro, intitolata Don
Chuck story?
Ne
parlammo io, Fidenco e la CAM. Ci sembrò una buona idea commerciale
proporre un nuovo brano. Non ebbe un grosso successo. D’altronde
per qualsiasi autore di brani la prima opera è sempre la
migliore, ci metti dentro qualsiasi cosa ci sia di buono, la seconda
volta ci infili gli scarti.
Baldios
è firmato Delfino-Lo Vecchio per la Meeting music…
Delfino è un suo pseudonimo?
In
questo pezzo io non c’entro niente a livello realizzativo,
non ricordo nemmeno d’essere stato presente in sala quando
è stato inciso. In realtà i compositori non sono solo
due ma quattro: Andrea Lo Vecchio (per il testo), Francesco
Delfino, Miriam Casali e Giuseppe
Damele (per le musiche).
Ha
fatto altre sigle?
Sì,
abbiamo fatto Boys and girls (di Colarossi-Russo), Cuore
d’acciaio (di Loriana Lana),
Giorno per giorno (firmato Rocci -Piergiovanni) e altre cose che
comunque non riguardano sigle per cartoni animati (in seguito si
è scoperto che Mariano aveva due inediti, uno per il cartone
Cobra, l'altro per un programma
contenitore che doveva chiamarsi Snip
& Snap, nda).
Come
mai l’RCA è andata avanti più di voi nella realizzazione
di sigle?
Ad
un certo punto fare le sigle divenne antieconomico. All’inizio
non c’era un grande affollamento sia di cartoni animati che,
conseguentemente, delle loro sigle. Per questo ebbero un enorme
successo. Quando la cosa andò avanti la realizzazione non
conveniva.
Nel
1985, però, ha fatto Il grande
sogno di Maya e Dolce Kathy
per la Fininvest.
Sì
ed è un ricordo che conservo con molto piacere. Sia con Alessandra
Valeri Manera, autrice dei testi, che con Cristina
D’Avena si creò un rapporto splendido. Pensa
che smisi non per mia volontà ma perché avevo gli
impegni che mi strozzavano. Curai la realizzazione e l’arrangiamento
dei brani. Incidemmo prima Il grande sogno di Maya e poi
Dolce Kathy.
Tra
tutte queste sigle qual è quella che preferisce?
Judo
boy
è molto bella ma quella che preferisco è Gundam.
Mi piaceva l’idea, avevo proprio voglia di farla. Inoltre
è stato un pezzo molto apprezzato dai ragazzi e la sento
come cosa speciale. Judo boy aveva, invece, quella certa
saggezza che me la faceva apprezzare. Sai, quando dice "ma
non usare la violenza"…
Cosa
significava il termine Orizzonte che spesso compariva nelle copertine
delle sigle?
Era
un termine che indicava una linea. Cose di questo tipo ci sono in
ogni casa discografica. Penso si riferisse al prezzo, da tenere
basso per i pezzi che esibivano quella parola.
Crede
che, col modo diverso di fare i cartoni animati, a livello di contenuti,
sia cambiato anche il modo di fare le sigle dopo il 1982 o il 1983?
E’
molto probabile. Questa osservazione che tu fai in modo spontaneo
è giusta anche se non so quale delle due variabili abbia
influenzato l’altra… chi ha fatto le prime sigle, come
me, ha oggi un notevole ritorno di immagine perché erano
prodotti di qualità! Dopo ci si sono buttati in mezzo in
tanti, troppi… Mi è capitato di andare a fare delle
lezioni di musica a ragazzi che hanno fra i 22 e i 28 anni: quando
questi ragazzi vengono a sapere che ero io ad aver fatto, per esempio,
Astroganga, mi sanno eseguire parole e musica del pezzo!
Quando dico Gundam, poi, impazziscono letteralmente. Mi
fanno sentire un mago, non potevo immaginare che esistesse una generazione
così piacevolmente influenzata da quelle canzoni. Pur avendo
avuto successo con il Clan, mi sento molto più gratificato
da questo tipo di lavoro più che da un pezzo su cui avevamo
messo le mani in quattro o cinque, è una cosa che sento mia.
Che
differenza c’è, secondo lei, fra il mondo discografico
odierno e quello degli anni Sessanta e Settanta?
Ogni
epoca ha i suoi artisti, il suo modo di organizzare il proprio movimento
commerciale e le sue macchine. Il mercato non è statico,
ogni suo momento ha una ricetta diversa. Non ho nostalgia per il
passato. Ho nostalgia per il modo più umano con cui si lavorava;
io stesso sfrutto la tecnica contemporanea ma affidando al lavoro
quel tocco di cuore che non guasta.
Ha
nostalgia di Milano?
Beh…
sono un cittadino del mondo. Cerco di vivere bene la mia esistenza.
A partire dal mio lavoro.
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