News Prefazione Staff Introduzione
Le Interviste Testi delle canzoni Appendici Storia della TV
Video Saluti

Mariano Detto

 

Intervista di Mauro Agnoli con la collaborazione di Marco Auditore e Marco Nacci (12-08-1995 e 14-11-1999)

Ho intervistato il compositore presso il suo studio romano per ben tre volte. Ringrazio il sig. Lo Vecchio per avermi messo gentilmente in contatto e la signora Tapparelli per aver organizzato l'appuntamento (nda).

LA MIA BIOGRAFIA

Mariano DettoAnagrafe. Nasco in un paese che si chiama Monte Urano (vicino a S Elpidio a Mare, nda), in provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche, il 27-7-37 alle 17! Sette, il mio numero fortunato. Famiglia. Mio padre si chiama Michele Detto, e mia madre, siccome è nata il 15 maggio del ’15, mi pare, il giorno della dichiarazione di guerra, fu battezzata da mio nonno col nome di Guerra, Annibaldi Guerra, ma poi sotto Mussolini si soleva cambiare i nomi di persona, tolsero una erre, e mia madre diventò Guera. Ma, non si capisce bene il perché, tutti la chiamano Eva, Edda o Eda! Guerra è davvero un nome insolito da dare a una bimba! Curriculum scolastico. Io sono diplomato ragioniere, è per questo che so far bene i conti… per quanto riguarda la musica, dopo ho frequentato il conservatorio di violino, ma non ho preso nessun diploma: ho solo affinato la mia sensibilità musicale. Gioventù. L’infanzia è stata abbastanza turbolenta, perché io ho avuto un padre molto severo, che a sua volta proveniva da una famiglia numerosa, dove per forza c’era un’educazione da caserma. Questa situazione mio padre l’ha trasferita anche ai figli suoi, era la tipica famiglia col padre-padrone. Per cui la mia infanzia è stata una specie di prigionia, almeno fino a quando non sono diventato un uomo, insomma. La cosa buona è che da lui ho imparato la musica, prima dovevo suonare, poi potevo andarmi a divertire, perché lui era un violinista, e mi ha trasmesso questa sua passione. Ora mio padre ha 84 anni, ma è ancora uno in gambissima. Carriera. La mia carriera è troppo lunga per poterla riassumere in questo ambito, ho lavorato con tanti grossi nomi, da Mina a Battisti, ero nel Clan di Celentano, ho fatto gli spettacoli in tv, insomma, se vi capita fate un giro sul mio sito, www.dettomariano.it. Gli anni Ottanta e Novanta. Diciamo che ultimamente ho cambiato mestiere: da produttore discografico sono diventato autore di musiche da film. Sono un uomo molto fortunato perché ho riscosso un buon successo sin dall’inizio della mia carriera. Qualità e difetto. Il difetto, anzi i difetti sono i seguenti: presuntuoso, egocentrico, accentratore, tirchio e megalomane. Sono del segno del Leone e i difetti di questo segno ce li ho tutti, in pieno. La qualità è che per me suddetti difetti non lo sono affatto, anzi! Io li considero delle virtù. Sono anche molto espansivo, con una spontaneità che molti considerano simpatia… Politica. Io non sono un politico, sono un musicista e faccio il mio mestiere… parteggio anch’io per una parte ma, onestamente, vedo troppe cose che non mi piacciono.

CHIACCHIERATA SULLE SIGLE

Mariano DettoIniziamo, signor Detto?

Sì. Per quanto riguarda questo mercato delle sigle per i bambini, io sono entrato in questa storia dall’inizio. Soprattutto per quanto riguarda la fase iniziale, quando le case discografiche hanno visto che era un affare, ci si son buttate tutte quante dentro, eh? Poi alla fine c’è stato un crollo nelle vendite, dovuto in massima parte a un’inflazione dei cartoni. Sa che io ho proprio pubblicato Jeeg robot e Ryu il ragazzo delle caverne, che furono i primi due?

Bè, in realtà i primi furono Heidi e Ufo Robot!

No, no, è come dice lei, però, io avevo fatto questo calcolo allora: furono dei successi, però furono successi della Rai. Io ero convinto che le tivù private di allora non facessero tendenza, in quanto se una sigla televisiva veniva proposta dalla Rai poteva far successo, invece le reti locali non avevano la potenza della Rai… lì era l’inizio, quindi io ero convinto che le sigle televisive, viste attraverso canali non ufficiali, come la Rai, non avessero un riscontro di vendite. Era una convinzione un po’ in generale, questa. Io mi sono accorto poi in seguito che questa teoria era giusta, ma era sbagliata nei confronti dei bambini, perché loro non distinguevano tra Rai e reti locali. Per cui, vedendo un cartone animato, a loro piaceva, e andavano a cercarsi il disco. All’inizio erano accessibili le richieste da parte del produttore che dava il filmato, per cui si poteva mantenere anche una qualità discreta. Con quella cifra, si poteva investire anche nella qualità del prodotto. Per quanto riguardava la spesa, le cifre erano standard, io non facevo distinzione tra i prodotti. Un disco costava poco, allora, 2 o 3 milioni. Però non era una concezione artigianale del prodotto, ma professionale. Ad esempio, se lavoravo con i Camaleonti, avrei speso tanti soldi quanto per una sigla per bambini. Io costruivo la canzone, musicalmente, e poi andavo in sala con gli stessi principi di un disco serio. Ecco, l’unica discriminazione che possa aver fatto, era che passavo 5 ore in sala, prima facevo i Camaleonti, poi qualcos’altro, mentre l’ultima ora la dedicavo alle sigle per bambini, perché erano meno impegnative, meno faticose, però la cura rimaneva la stessa, eh?

Come nasceva il progetto di fare una sigla?

La CAM affidava il compito a me di fare il pezzo. Io lo facevo scegliendo quasi sempre Andrea Lo Vecchio per fare i testi. Mi sembrava adatto. Ci siamo resi conto dopo Jeeg robot e Ryu il ragazzo delle caverne che l’idea era vincente e ci mettemmo noi stessi a realizzarle. All’inizio, cioè, ci limitavamo a rifare la sigla su di una base fatta. Poi la dovevamo creare, il compito si complicava, ma aumentava senz’altro la qualità.

Mi risulta che in Jeeg robot c’erano i fratelli Balestra a fare i cori mentre Roberto Fogù era il solista, poi c'era Cordio.

Mauro Agnoli e Mariano DettoNon mi ricordo moltissimo. Cordio era sicuramente un altro che partecipava al lavoro. I Balestra giravano anche loro intorno alla CAM. La grossa quantità di materiale che mi passava fra le mani in quel momento e la scarsa credibilità del prodotto di partenza non mi consente di avere ricordi nitidi.

La sigla di coda di Ryu, il ragazzo delle caverne era Un milione d’anni fa, cantata da Georgia Lepore. Si ricorda qualcosa?

E’ la figlia di Paolo Lepore, adesso fa la doppiatrice. Paolo era un dirigente o un impiegato della CAM. Eravamo sempre nella fase iniziale, di prova. Il padre la propose e lei fu bravissima. Dopo il successo avuto con le prime sigle, comunque, le scelte per gli interpreti dei brani furono più pesate.

Del disco di Ryu esistono due versioni: la prima ha come retro un brano strumentale composto da lei: Rhan, l’altra versione ha invece, come lato B, la già citata sigla finale Un milione d’anni fa. Come mai?

Vedemmo che il pezzo funzionava. Rahn serviva per diminuire le percentuali ai giapponesi. Capimmo, però, che il disco poteva vendere ancora di più.

Come mai in Jeeg robot e in Ryu, il ragazzo delle caverne non vennero citati, come autori, i nomi originali giapponesi accanto a Paolo Moroni, che curò il testo italiano?

Probabilmente non si sapeva chi fossero. Di Jeeg robot esisteranno quindici cover. Sono canzoni diventati dei culti (alcuni anni fa Mariano ha pubblicato il cd doppio con il meglio delle sue sigle tv, e in quell'occasione si è prodigato in una ricerca presso la Siae che ha prodotto anche i nomi degli autori originali, nda).

Perché in Jeeg robot c’era, sulla copertina, l’immagine del nemico e non quella del protagonista?

Patrizia Tapparelli, Marco Nacci e Mariano DettoC’era un problema di tempo. Le richieste per il pezzo erano incessanti e dovevamo sbrigarci per stamparlo! Lo ripeto: nessuno pensava a un successo simile, successo che, invece, arrivò in maniera pesante. Ritardare un giorno voleva dire perdere, magari, 100.000 copie perché l’RCA, per esempio, avrebbe potuto farne una cover e sfruttare il successo. Chiunque poteva farlo per questo dovevamo approfittarne al massimo. Non ci preoccupavamo tanto di chi c’era in copertina, almeno per quel che riguarda Jeeg e Ryu. Dopo, invece, siamo stati più attenti al prodotto, salvaguardandolo artisticamente.

Cosa ricorda della prima sigla di Don Chuck, il castoro?

Vendette circa 150.000 copie. Il botto l’aveva fatto Jeeg robot e poi lo fece, secondariamente, Gundam. Entrambi i dischi vendettero più o meno mezzo milione di copie. Per Gundam, tra l’altro, ricordo che ci furono dei problemi con il distributore italiano, per i quali il cartone animato è stato tolto dalla circolazione.

Dopo Don Chuck, il castoro il coro è sempre stato quello di Nini Comolli?

Sì, Ninì era la moglie di un Comolli di cui non ricordo il nome (Dino Comolli, nda) ma che faceva parte del quartetto I Radar. Utilizzavo lei sia per le sigle sia per canzoni nelle quali mi occorrevano le voci dei bambini. Tutte le cose fatte a Milano le feci con Nini Comolli.

Cosa ricorda delle altre sigle di cui è stato autore o produttore?

Il cantante era spesso Mario Balducci. I nomi di tutti coloro che parteciparono alla realizzazione delle mie sigle non li ricordo ma posso dirti, ad esempio, che Lilly, sigla del cartone animato I bon bon magici di Lilly, la cantò Mariano Perrella, il capocomplesso del gruppo musicale Pandemonium. Venivano spesso usati degli pseudonimi perché gli artisti preferivano evitare i loro nomi originali.

Patrizia Tapparelli, Mauro Agnoli e Mariano DettoDi Astroganga cosa ricorda?

Non molto a dire la verità. Fu una sigla inserita in quella che divenne ben presto una realizzazione di routine, anche se una routine non di bassa lega. I nomi degli interpreti, come Galaxy Group, erano tutta roba di fantasia.

Ricorda di chi era il vocione solista del pezzo?

Era Vincenzo Polito, uno dei Pandemonium. Lo stesso, insomma, che cantò Mazingher Z. Caspita, se mi metto a parlare quante cose mi ricordo! Era un tastierista, ha collaborato con me anche in diverse colonne sonore per film. Ascoltando nuovamente Astroganga mi rendo conto che, allora, Polito cercò di fare un po’ il vocione per non essere riconoscibile come Pandemonium. A cantare si sente, sullo sfondo, anche Angelo Giordano.

Da come parla sembra che lei tenesse molto alla parte realizzativa, oltre a quella compositiva.

Certo. Ci terrei moltissimo che tu indicassi il discorso psicologico quando scriverai questa intervista. Io volevo considerare i bambini come persone vere, come piccoli uomini cioè. Volevo che sulla base di queste scelte si ascoltassero i brani.

C’è, oggi, qualche emozione che la lega a quei pezzi?

Non in particolare. Solo per Gundam provai un vero coinvolgimento. Per la prima volta sia io che Andrea volemmo azzardare un rock per una canzone per bambini. Fino ad allora le sigle per i piccoli erano considerate quelle per lo Zecchino d’Oro. Studiammo bene il pezzo perché c’era, anche se non solo in Gundam, una certa dose di violenza e non poteva essere un qualcosa fatto per scherzo. Inoltre ricordo che volemmo dare un messaggio forte a chi ascoltava la canzone: non si trattava solo di Gundam, e quindi di Peter Rey e di tutto il resto della storia, ma che "nessuno ce la fa contro Gundam!", come dice la voce di Andrea Lo Vecchio nella parte finale del pezzo, era una specie di annuncio.

Le capitava di vedere dei filmati dei cartoni animati prima di comporne la sigla?

Certo. Per capire l’atmosfera dovevi vederli! Mi avvicinavo a tutte le cose in questo modo.

Cosa può dire de' La piccola Lulù cantata da Angelo del gruppo I Clown?

La cantava Angelo Giordano. Degli autori conosco personalmente Alberto Testa. In quel pezzo c’entro solo come produzione.

Mariano Detto nel suo studio alla Detto MusicChi è G. Mauro?

E’ Gianni Mauro, un altro componente dei Pandemonium. Era un bravo autore dei testi. Con me ha scritto le parole per la colonna sonora del film Il bisbetico domato, con Celentano. I collaboratori me li scelgo sempre buoni!

Chi erano I Clown? Li trovo ne' La piccola Lulù, nel retro di Lucy di Bobby Solo e in quello di Boys & girls, un pezzo di Nico Fidenco.

Devi sapere che conobbi il gruppo dei Pandemonium alla commedia musicale In bocca al lupo dove questi ragazzi facevano sia i cori che gli attori. Ne facevano parte Vincenzo Polito, Gianni Mauro, Patrizia Tapparelli, Anna Pirastu, moglie di Mariano Perrella e altri che non ricordo… in quell’occasione nacque un feeling con questo gruppo, erano più di dieci persone, e divennero un mio gruppo fisso per le collaborazioni. In seguito facemmo uno spettacolo per una televisione milanese, creato da Giancarlo Nicotra: in quell’occasione vennero alla luce i Clown, praticamente un sottogruppo dei Pandemonium. Collaboravo con i Pandemonium per i film, per le canzoni e per tante altre cose.

Si ricorda chi era l’autore della versione italiana del disco Mazingher Z?

Dino Verde padre.

Ricorda qualcosa di Grandi magazzini?

Era la sigla per un film di Castellano e Pipolo. Un bel ricordo per la partecipazione alla realizzazione di molti attori famosi.

Come nacque l’idea di una seconda sigla per il cartone animato Don Chuck, il castoro, intitolata Don Chuck story?

Ne parlammo io, Fidenco e la CAM. Ci sembrò una buona idea commerciale proporre un nuovo brano. Non ebbe un grosso successo. D’altronde per qualsiasi autore di brani la prima opera è sempre la migliore, ci metti dentro qualsiasi cosa ci sia di buono, la seconda volta ci infili gli scarti.

Baldios è firmato Delfino-Lo Vecchio per la Meeting music… Delfino è un suo pseudonimo?

In questo pezzo io non c’entro niente a livello realizzativo, non ricordo nemmeno d’essere stato presente in sala quando è stato inciso. In realtà i compositori non sono solo due ma quattro: Andrea Lo Vecchio (per il testo), Francesco Delfino, Miriam Casali e Giuseppe Damele (per le musiche).

Patrizia Tapparelli in uno spettacolo teatrale dei Pandemonium, sulla sua destra s'intravede Mariano PerrellaHa fatto altre sigle?

Sì, abbiamo fatto Boys and girls (di Colarossi-Russo), Cuore d’acciaio (di Loriana Lana), Giorno per giorno (firmato Rocci -Piergiovanni) e altre cose che comunque non riguardano sigle per cartoni animati (in seguito si è scoperto che Mariano aveva due inediti, uno per il cartone Cobra, l'altro per un programma contenitore che doveva chiamarsi Snip & Snap, nda).

Come mai l’RCA è andata avanti più di voi nella realizzazione di sigle?

Ad un certo punto fare le sigle divenne antieconomico. All’inizio non c’era un grande affollamento sia di cartoni animati che, conseguentemente, delle loro sigle. Per questo ebbero un enorme successo. Quando la cosa andò avanti la realizzazione non conveniva.

Nel 1985, però, ha fatto Il grande sogno di Maya e Dolce Kathy per la Fininvest.

Sì ed è un ricordo che conservo con molto piacere. Sia con Alessandra Valeri Manera, autrice dei testi, che con Cristina D’Avena si creò un rapporto splendido. Pensa che smisi non per mia volontà ma perché avevo gli impegni che mi strozzavano. Curai la realizzazione e l’arrangiamento dei brani. Incidemmo prima Il grande sogno di Maya e poi Dolce Kathy.

Tra tutte queste sigle qual è quella che preferisce?

Judo boy è molto bella ma quella che preferisco è Gundam. Mi piaceva l’idea, avevo proprio voglia di farla. Inoltre è stato un pezzo molto apprezzato dai ragazzi e la sento come cosa speciale. Judo boy aveva, invece, quella certa saggezza che me la faceva apprezzare. Sai, quando dice "ma non usare la violenza"…

Cosa significava il termine Orizzonte che spesso compariva nelle copertine delle sigle?

Era un termine che indicava una linea. Cose di questo tipo ci sono in ogni casa discografica. Penso si riferisse al prezzo, da tenere basso per i pezzi che esibivano quella parola.

Crede che, col modo diverso di fare i cartoni animati, a livello di contenuti, sia cambiato anche il modo di fare le sigle dopo il 1982 o il 1983?

E’ molto probabile. Questa osservazione che tu fai in modo spontaneo è giusta anche se non so quale delle due variabili abbia influenzato l’altra… chi ha fatto le prime sigle, come me, ha oggi un notevole ritorno di immagine perché erano prodotti di qualità! Dopo ci si sono buttati in mezzo in tanti, troppi… Mi è capitato di andare a fare delle lezioni di musica a ragazzi che hanno fra i 22 e i 28 anni: quando questi ragazzi vengono a sapere che ero io ad aver fatto, per esempio, Astroganga, mi sanno eseguire parole e musica del pezzo! Quando dico Gundam, poi, impazziscono letteralmente. Mi fanno sentire un mago, non potevo immaginare che esistesse una generazione così piacevolmente influenzata da quelle canzoni. Pur avendo avuto successo con il Clan, mi sento molto più gratificato da questo tipo di lavoro più che da un pezzo su cui avevamo messo le mani in quattro o cinque, è una cosa che sento mia.

Che differenza c’è, secondo lei, fra il mondo discografico odierno e quello degli anni Sessanta e Settanta?

Ogni epoca ha i suoi artisti, il suo modo di organizzare il proprio movimento commerciale e le sue macchine. Il mercato non è statico, ogni suo momento ha una ricetta diversa. Non ho nostalgia per il passato. Ho nostalgia per il modo più umano con cui si lavorava; io stesso sfrutto la tecnica contemporanea ma affidando al lavoro quel tocco di cuore che non guasta.

Ha nostalgia di Milano?

Beh… sono un cittadino del mondo. Cerco di vivere bene la mia esistenza. A partire dal mio lavoro.

Gabrio Secco tra Patrizia Tapparelli e Mariano Detto
 

Nota dell'autore: il mitico Mariano, a cui oggi ovviamente non do più del "lei", è gentilmente intervenuto nelle prime due edizioni della NDS, portandoci bravissimi artisti come Patrizia Tapparelli, Mariano Perrella e Vincenzo Polito. La terza intervista da me realizzata è un'intervista video apparsa sul Dvd Jeeg robot contro i mostri di roccia (DVD Storm). Ho infine collaborato (non accreditato) al libretto del Cd doppio col best delle sigle fornendo alcune notizie sugli arrangiamenti delle sigle di Don Chuck, desunti dall'intervista a Dell'Orso.

Clicca qui per la discografia di Mariano Detto
Statistiche: 8 immagini