Anagrafe.
Sono nato come Domenico Colarossi a Roma il 24-01-1933. Il nome
d’arte l’ho scelto prima come compositore alla SIAE,
poi, appena ho inciso il primo disco, l’ho trasferito al cantante.
Famiglia. Mia madre era Serafino Regina, mio padre
Colarossi Dandolo, un nome da doge veneziano… e ho una sorella
che si chiama Silvana, sposata, con due figli. Io mi sono sposato
nel 1972 con Anna Maria Surdo, ho una figlia, nata nel 1973, Guendalina.
Gioventù. Bè, il ricordo piacevole
della mia infanzia è collegato all’Africa, cioè
la vita che si faceva lì, che era una vita a contatto con
la natura, si andava a caccia, voglio dire, non si faceva vita urbana,
anche se Asmara, dove io abitavo, era una città a tutti gli
effetti, Asmara è in Eritrea. Io appunto sono nato a Roma,
ma all’età di tre anni sono partito, siccome mio padre
lavorava per conto dello Stato, faceva le strade, allora erano colonie
italiane, insomma ci siamo trasferiti lì, dopo è scoppiata
la guerra, noi siamo andati giù nel ’38, esattamente
alla fine del ’37, è scoppiata la guerra, e noi siamo
rimasti bloccati là. Separato dalla sorella.
L’unica preoccupazione che avevamo è che mia sorella,
per un problema di studi, era venuta giù e poi era tornata
subito in Italia, mia sorella ha cinque anni più di me e
quindi, ecco, la nostra preoccupazione era per lei bloccata là,
io, però, siccome lei abitava in campagna dai nonni, ero
abbastanza tranquillo. L'epoca
fascista. Io il periodo fascista me lo ricordo, siccome
eravamo nelle colonie. Io ero piccolino ma me lo ricordo tutto sommato
come una cosa positiva; noi, allora, eravamo in una colonia italiana,
procurata chiaramente dal fascismo, lì si stava benissimo,
i nostri rapporti con la popolazione locale erano ottimi. Mio padre aveva degli operai indigeni, gli volevano un bene
dell’anima, venivano trattati come se fossero stati degli
italiani. L’unica cosa, devo dire, che mi impressionò
molto quando sono tornato qui in Italia nel ’49, è
stato vedere i mendicanti, perché giù in colonia non
esistevano, cioè, tutta la gente che era lì lavorava.
Io i mendicanti non li vedevo perché ero in un posto in cui
non ce n’erano, era atipica la mia situazione, io ero in Africa,
dove chi andava aveva un posto di lavoro, non andava a chiedere
l’elemosina, insomma, non esisteva l’immigrazione come
adesso, no? Voglio dire, come i paesi dell’Est, allora si
emigrava perché si aveva un contratto di lavoro, come dovrebbe
essere sempre, parliamoci chiaro. Se lei va in Canada… io
lì in Canada stracciaroli non ne ho mai visti, uno che va
lì lavora, ha il contratto di lavoro, che sarà un
contratto capestro, tutto quello che ti pare, però lavora,
voglio dire, non va a chiedere l’elemosina, lì ti convogliano
negli enti assistenziali, è un fatto di pulizia sociale,
diciamo, non è che mettono le camere a gas (ride), lì
non si entra se non hai il permesso di lavoro, insomma è
un’immigrazione controllata, diversamente dall’Italia.
Curriculum scolastico. Ho incominciato le mie scuole
in Africa, da piccolo sono stato in Africa, fino all’età
di 16 anni, ho fatto le elementari dalle suore. Poi dalle medie
fino al 2° liceo l’ho fatto dai fratelli delle scuole
cristiane, quelli di S. Giovanni Battista De La Salle, che era il
loro fondatore, quelli col cravattino bianco, che ne ho ritrovato
qualcuno ancora in Italia. Il 3° liceo l’ho fatto qui
al Mamiani, solo che siccome qui erano avanti coi programmi, io
sono venuto a fine anno scolastico, quindi sono entrato al Mamiani
come uditore, alla fine dell’anno m’hanno bocciato,
perché non c’erano che tre mesi, allora l’anno
dopo sono andato al Copernico per recuperare, ho fatto due anni
in uno e poi mi sono iscritto all’università a Legge,
ma ancora prima a Medicina. Superiori, Medicina, Centro Sperimentale,
poi ho fatto Legge, su desiderio di mio padre, ma quando entrai
in Siae abbandonai, mi mancavano due esami solamente! Gli
anni universitari e l'approdo al Centro. Io ho fatto quasi
un anno di Medicina, perché volevo fare Chirurgia. Ho incominciato
a frequentare sale operatorie, a vedere gente squartata, cose da
sentirsi male, però è obbligatorio andarci, perché
devi vincere la repulsione… in quello stesso momento scattò
l’operazione Centro Sperimentale, cioè il concorso
e l’esame, che io feci così per fare, c’erano
5 o 6 borse di studio, lì era implicita la borsa di studio
e io pensai: -Se passo, passo!-. Poi lì c’erano raccomandazioni,
cose, una piccola raccomandazione ce l’avevo anch’io,
ma era più che altro una segnalazione, tant’è
vero che io andai all’esame teorico, quando mi chiamarono,
completamente impreparato, perché non credevo mai che m’avrebbero
chiamato! E l’esame me lo fece Rossellini. Lui era nella commissione,
io capitai con lui: era il ’52, a quell’epoca era ancora
nel pieno della carriera, era un mito! Quando lo vidi, esordii dicendo:
-Professore-, non mi ricordo come lo chiamavo e tirai fuori una
teoria che io poi ho sempre avuto: -Guardi, io non mi sono preparato
su nessun testo, sono completamente incolto!- allora si studiava
sul Sadoul, che era una sventola così… io volutamente
non ho voluto studiare niente, perché quando uno ha troppa
cultura in un settore, dopo inavvertitamente, involontariamente
imita, se tu sai un sacco di cose, poi le vai a fare, perché
il cervello ci rimugina e le ributta fuori, e vai a fare una cosa
che è già stata fatta! Quindi, gli dissi: -Siccome
io credo di avere qualcosa da dire di mio, magari di pessima qualità,
però mia, allora preferisco- e a lui questa cosa piacque
moltissimo, perché gli altri arrivavano lì, sapevano
tutto, citavano, io avevo lì un amico bravissimo, che sapeva
tutto di tutti e infatti lo bocciarono! Dopo 15 giorni mi arrivò
una lettera: -Lei è stato accettato al corso di recitazione-.
L'amore per il cinema. Io del cinema mi sono innamorato
subito, già dall’Eritrea ero un appassionato, purtroppo
lì c’erano i sottotitoli, per cui era faticosissimo,
lì avevamo visto in anteprima tutti i film americani che
io ho visto in Italia dopo, cioè, io negli anni ‘46-‘47-’48
mi son visto tutti i film a colori, arrivavano subito, lì,
solo che erano sottotitolati, per cui mi ricordo che un film lo
vedevo tre volte, perché la prima volta leggevi i dialoghi
sotto, e ti perdevi il 90% dell’immagine, solo il cinema americano,
perché quello italiano si era fermato, durante la guerra.
Film americani di guerra, di propaganda come Joe il pilota,
molto belli, Bellezze al bagno con Esther Williams, tutte
queste cose qua, me le sono riviste tutte in Italia, finalmente
doppiati, me li sono rigoduti, diciamo. Là ho visto film
che in Italia durante la guerra non arrivavano, perché c’era
l’embargo contro i film americani e così mi sono innamorato
del cinema, mi ha attirato a punto tale, che quando ho preso la
licenza liceale, ho fatto il concorso al Centro Sperimentale, io
volevo fare regia, senonchè per fare regia occorreva o la
laurea o delle esperienze cinematografiche precedenti, cioè
collaborazioni con registi, cose che non avevo, allora feci il concorso
come attore, perché era l’unico modo per chi aveva
licenza liceale di entrare. Lo vinsi, e siccome il direttore allora
era Vittorio Sala, mi pare, siccome c’era un rapporto, così,
di amicizia, allora dissi che io avevo piacere a seguire i corsi
di regia… così li feci tutti e due: siccome molte materie
erano comuni, appena una veniva anticipata, mi infilavo, è
il periodo in cui con me c’era Cifariello, Marco Guglielmi…
come professori avevo Tamberlani, Rossellini. Rossellini mi piaceva
già, ce l’avevamo come insegnante non fisso, periodico,
poi avevamo Tina Lattanzi (deceduta
il 25-10-1997 alla veneranda età di 100 anni, nda) come insegnante
di recitazione. Ogni tanto avevamo qualche regista, non del Centro,
che veniva a fare delle conferenze, passavano un po’ tutti,
il Centro era l’Ente Cinematografico di Stato, quindi periodicamente
venivano. E' stata una grande esperienza, che però poi l’ho
bloccata, prima della fine del secondo anno, perché allora
c’era un fenomeno strano, che dopo si è sanato, cioè,
allora era il periodo che appena tu dicevi che venivi dal Centro
Sperimentale, ti ridevano dietro e ti snobbavano, invece dopo fu
obbligatorio prendere la gente dal Centro Sperimentale, ed il Ministero
non dava l’autorizzazione se non c’era uno del Centro
Sperimentale in ogni settore, cioè un operatore, un truccatore,
un attore, un assistente alla regia, certo, non un regista. Invece
ai miei tempi era diverso, allora io a quel punto non presi neanche
il diploma, perché mi chiesi: -Ma che lo pigli a fa’?-.
Invece io, per imparare quel mestiere come sceneggiatore, mi affiancai
in quel periodo a Metz e Marchesi, che erano due sceneggiatori molto
bravi, hanno fatto tutti i film di Totò, per cui mi affiancai
a loro, feci l’assistente alla regia di Franco Brusati in
alcuni film, diciamo che stavo avviandomi sul piano pratico, non
scolastico, non teorico. Con Franco Brusati. Il
Padrone è come me, diretto da Franco Brusati, un film
in costume primo Novecento, in cui io facevo l’assistente
alla regia, mi stavo avviando al mestiere, non mi ricordo nemmeno
se apparivo nei credits, ma quasi sicuramente sì, ma col
mio vero nome, lo pseudonimo non l'avevo ancora inventato. Purtroppo
il film andò male. Cantante per caso e l'esempio
di Modugno. Io ho cantato per caso, perché un mio
amico che andava a fare il militare mi lasciò una chitarra,
allora non si poteva portare la chitarra a militare, così
la lasciò a casa. Io mi comprai un manualetto d’istruzioni,
incominciai a strimpellare la chitarra, incominciai a canticchiare,
senonchè il mio hobby, più che di cantare canzoni
conosciute, era quello di farle. Cantavo delle canzoni che erano
allora in voga, però dopo mi sono messo io a farle, e la
cosa restava a livello di hobby, non avevo nessuna pretesa, più
avanti invece mi sono proprio inserito in un ambiente, ho conosciuto
Franco Migliacci, tutto il giro di
Modugno, piano piano fui trascinato lì dentro, finchè
un giorno feci dei provini, per far sentire le canzoni, non per
far sentire la mia voce… li lasciai alla Rca, lì c’era
il direttore artistico, che era Enzo Micocci,
che un giorno mi disse: -Maaa…tu c’hai una voce strana,
così…vediamo di farne un disco!-, allora era il periodo
in cui venivano fuori i cantautori, avevan già fatto qualcosa
con Meccia (Gianni Meccia, famoso autore
allora agli inizi come cantautore, per le sigle di cartoni ha scritto
tra l’altro La Canzone di Charlotte,
con Jurgens e Zambrini,
nda), c’era Modugno che non era un cantante, era un cantautore,
cioè, venivamo da Achille Togliani (morto proprio in quell’agosto
’95, come appresi mentre intervistavo Luigi
Lopez, nda), da Gino Latilla, da gente che cantava, no? Facevano
scuola di canto, allora era questo l’iter. Invece Modugno
è proprio come quello che ha rotto l’incantesimo, perché
ha iniziato con cose da cantastorie, come La Sveglietta
o Il Pescespada, con la chitarra, dove la voce aveva un’importanza
secondaria. La voce maleducata, lui aveva, non aveva una voce classica,
direi proprio che Modugno è stato il primo cantautore in
Italia. La nascita dello pseudonimo. Io quello
lo tirai fuori mentre strimpellavo queste mie canzoni, lì
da Metz e Marchesi, allora io ero fidanzato con la figlia, Fioretta
Metz, e fu lei che, intendendosi di diritti d’autore grazie
al padre, mi disse: -Perché non vai ad iscriverti alla Siae?
Perché non si sa mai, tu fai ‘sti pezzi, magari poi
qualcuno te li canta…-. Allora io feci l’esame di melodista
alla Siae, e siccome con ‘sto fatto del canto mi vergognavo
un po’, mi inventai uno pseudonimo: ne presentai alla Siae
sei o sette, tra i quali c’era Fidenco. Nico è l’abbreviazione
di Domenico, Fidenco invece lo scelsi perché c’era
un mio amico che si chiamava Tornajenko, che aveva il cognome che
terminava in –enko, tipico suffisso ucraino e questa cosa
in –enko mi piaceva, non era Rossi o Bianchi, anche se l’ho
saputo solo dopo che tutti i cognomi ucraini finiscono in –enko,
tra l’altro in questo concerto a Kiev, in Ucraina, qualche
anno fa, tutti mi hanno chiesto se sono di origini ucraine…(ride).
Quindi, come nome, mi scelsero questo, gli altri non me li ricordo
nemmeno: più tardi, nel momento che mi capitò di cantare,
avevo già il nome pronto: in Italia circolava bene, piaceva
a tutti, un nome strano, fuori dagli schemi, così è
nato Nico Fidenco. Dalla composizione al canto: What
a Sky. Prima feci dei provini con Micocci, perché
voleva farmi fare un disco, eravamo lì con basso, batteria
e chitarra, per far sentire la mia voce, quando capitò l’occasione
per cantare la canzone de’ I Delfini. Fui chiamato
da Micocci, il quale mi disse: -Guarda che stanno cercando qualcuno
per questa canzone…- perché dovevano mettere nel film
un pezzo di Paul Anka, non era il leit-motiv del film, era un episodio,
via. Allora, per avere il permesso dall’America, bisognava
chiedere all’editore, l’RCA americana, per i diritti,
il film doveva andare a Venezia dopo 15 giorni, non c’era
tempo di seguire tutto questo iter, allora Giovanni Fusco, che era
il compositore di tutte queste musiche del film di Maselli, decise
di chiamare un cantante italiano. Io mi ricordo che andai lì
e trovai Little Tony, lui veniva dall’Inghilterra,
era già conosciuto sulla piazza, tant’è vero
che quando lo vidi telefonai a Micocci e glielo dissi, e lui mi
disse di provare lo stesso. Andammo lì, Fusco al pianoforte
ci fece sentire questo What a Sky,
che era un pezzo un po’ cantilenante, al punto che Little
Tony disse: -Che boiata!-. Lui scelse tutti e due per provare sulla
parte, registrò la base, che fu terminata alle 4 del mattino
al Cinefonico di Cinecittà, con orchestra sinfonica diretta
da Luis Bacalov. Era un pezzo importante
perché era scoperto, cioè in quel punto del film c’era
solo la musica e non il dialogo, per una durata di tre minuti. Esordio
artistico. Ho esordito proprio così, cantando una
canzone da un film, I Delfini, di Citto Maselli, che è
stata subito un successo. Io strimpellavo la chitarra e un po’
il pianoforte. Il mio sogno (realizzato) era quello di comporre
musiche per films e soprattutto di cantare. Devo dire che a me il
successo arrivò non da bambino, avevo già 26 anni
quando ebbi i primi riconoscimenti. Non mi sudavo molto i miei iniziali
successi… Carriera. Nel 1951 vinco la borsa
di studio e seguo per due anni i corsi di regia al Centro Sperimentale
di Roma. Dal 1953 in poi sono studente all'Università di
Roma, prima Medicina, poi Giurisprudenza. Giro alcuni documentari
come aiuto-regista facendo contemporaneamente assistente alla regia
in films a lungo metraggio (Franco Brusati). Nel 1960, ascoltati
dei provini di alcune mie canzoni, Enzo Micocci, direttore artistico
della RCA Italiana, mi propone per l’esecuzione vocale del
tema del film I Delfini di Francesco Maselli con Claudia
Cardinale e Tomas Milian. E’ il mio primo disco: 500.000 copie
vendute in pochi mesi. Da questo momento dedico tutta la mia attività
al campo musicale sia come cantante che come compositore. Nell’arco
di 8 anni raggiungo la cifra record di 8 milioni di dischi venduti
solo in Italia. Si alternano brani tratti da famose colonne sonore
come: What a sky (I Delfini), La ragazza con
la valigia (film omonimo con la Cardinale), Trust me
(L’Avventura con Monica Vitti, regia di Michelangelo
Antonioni), Il mondo di Suzie Wong
(film omonimo con William Holden), Exodus (con Paul Newman),
Moon river (di Henry Mancini dal film Colazione da
Tiffany con William Holden ed Audrey Hepburn), L’uomo
che non sapeva amare (con George Peppard), Lord Jim
(con Peter O’Toole) ed altri brani che mi riguardano come
cantautore: Legata ad un granello di sabbia, Come nasce
un amore, Con te sulla spiaggia, Se mi perderai,
Tra le piume di una rondine. Contemporaneamente comincio
a comporre i primi commenti musicali di films: il primo della serie
è All’ombra di una Colt
da cui si pubblico un 45 giri, ed è un successo, centinaia
di migliaia di copie. Questa parte prende sempre di più il
sopravvento fino a sopraffare la mia attività di cantante.
Musiche per più di 70 films: The Texican, Per
il gusto di uccidere, John il Bastardo, Lo voglio
morto, El Che Guevara, La ragazzina, Emmanuelle
nera, Emmanuelle in America, Candido erotico
e molte altre comprese commedie musicali teatrali (Assoluta
ingratitudine di Maurizio Costanzo) e sigle tv, fra cui molte
anche per ragazzi (Arnold).
Tournèes in tutto il mondo e, quasi annualmente, in Brasile.
Dal 1984: m’incontro casualmente, in uno spettacolo, con Jimmy
Fontana, Riccardo Del Turco e Gianni Meccia e, quasi per
gioco, decidiamo di fare qualche spettacolo insieme: è il
successo e si forma così il gruppo dei Superquattro.
Spettacoli e tv a non finire, sempre con molto successo. Ultima:
la partecipazione alle 36 puntate di Domenica in…
1988-’89. In collaborazione col teatro Vittoria mettiamo in
atto nel 1995 una produzione estiva che si dimostra subito di grande
successo: è Voglia matta degli anni ‘60 che
si svolge ogni sera al parco S. Sebastiano (Caracalla) con la collaborazione
di giovani attori del teatro Vittoria e del Centro Sperimentale
di Cinematografia. In 34 giorni, più di 100mila spettatori
di tutte le età hanno affollato il parco, decretando la piena
riuscita dell'iniziativa. E’ impossibile enumerare tutte le
mie performances in spettacoli tv e shows in Italia e all’estero.
Tournèes in Nord-Sud America, Giappone, Australia, Europa.
Ricordo con grande piacere quella del 10 dicembre 1994 in Ucraina
(URSS) con un concerto al teatro dell’Opera di Kiev, con orchestra
sinfonica di 54 elementi + 6 coristi. L'ispirazione.
Sono sempre stato un istintivo. L’ispirazione può venire
in ogni momento. D’altra parte non c’è cosa peggiore
di quando si deve fare una cosa per forza. Per questo io scrivo
quando me la sento. Influenze canore. Non credo
di aver subito grosse influenze, semplicemente perché, all’inizio,
io non pensavo che quella del cantante sarebbe stata la mia carriera.
Posso dire che scimmiottavo un po’ Modugno, allora in auge.
Ai miei iniziali provini cantavo strillando, poi ho fatto l’opposto.
Noi cantanti degli anni Sessanta eravamo ineducati musicalmente
ma questo ci dava personalità. Sigle Tv.
Avendo una figlia piccola (un quarto di secolo fa), ho iniziato,
per gioco, a fare delle canzoni per bambini, le ho fatte ascoltare,
sono piaciute e da lì l’inizio, che poi ho abbandonato
anche perché tutta l’attività di questo genere
si è spostata a Milano. Queste sigle dei cartoni le abbiamo
fatte per qualche anno a Roma, poi improvvisamente si sono spostate
tutte a Milano, hanno preso tutto loro in mano, sono degli accentratori
incredibili, peggio dei napoletani! Scrivo sia testi che musiche,
insieme o separati. Le ho trovate una cosa divertente e nello stesso
tempo interessante, lavorare con dei bambini e per dei bambini è
una cosa molto istruttiva, un’esperienza fondamentale. Sono
più affezionato alla prima che feci, Don
Chuck il Castoro. Per alcune delle sigle si sono fatti
anche dei piccoli concorsi fra autori della RCA (BMG) e alcuni li
ho persi. Dei miei collaboratori ricordo tutto: sono stati degli
ottimi colleghi con i quali ho lavorato volentieri e soprattutto
allegramente. San Remo con Cher. Ho partecipato
una sola volta al Festival di San Remo, con un brano scritto da
Gianni Meccia, Ma piano. Cantai con Cher e fummo eliminati
subito. La colpa di questo, devo dire, fu sua, perché si
presentò all’ultimo momento, non conosceva il testo,
il marito glielo suggeriva, magari saremmo stati eliminati ugualmente
ma lei, di certo, non aiutò la baracca. Stiamo parlando del
1966. Nel 1961 avevo mandato Legato a un granello di sabbia
alla giuria del festival, che me la bocciò. La stessa estate
il disco uscì e fece un botto enorme. Nico musicista?
Sono sempre molto restio quando devo suonare, non credo di suonare
bene, per cui… Maurizio Costanzo e Assoluta ingratitudine.
Composi delle cose per Maurizio Costanzo, molto carine, dove però
la musica era soltanto un commento… Alla sua trasmissione
sono andato solo una volta, è una vetrina, quella del suo
programma, che non mi piace moltissimo. Ultimamente non amo neppure
il modo che ha lui di ragionare. I Superquattro.
Mi incontrai una sera con Fontana, Meccia e Del Turco. Ci accorgemmo
che era divertente fare delle serate insieme e siamo stati insieme
fino al 1994, per dieci anni. All’inizio era un gioco, in
seguito ha avuto il suo successo ma poi abbiamo mollato dopo la
Domenica In di quell’anno. Facevamo soprattutto dei
remake di canzoni degli anni sessanta ma anche tre o quattro pezzi
nuovi (in realtà anche pochissimi anni fa ho beccato i Superquattro
esibirsi in tv in un programma mattiniero con Giletti, nda). Il
Giubileo. Sto preparando alcune musiche per rappresentazioni
sacre che si faranno durante il Giubileo. I testi saranno di Bartolomeo
Rossetti, un autore molto bravo che ha già scritto il Vangelo
in romanesco. Nico in Brasile. Faccio ancora tournèes
in giro per il mondo, tutti gli anni. In Sudamerica sono molto apprezzato,
in Brasile ma anche in Argentina, lì le cose degli anni Sessanta
vanno molto bene, gli spettacoli sono congegnati abilmente e i successi
arrivano sempre. Ogni volta che si incontra il pubblico è
un’emozione per me. E’ come se fosse sempre la prima
volta. Anche perché il pubblico cambia: trovi i giovani,
quelli con la puzza sotto il naso, quelli snob... Nico a
Kiev. Fu una serata per i bambini di Chernobyl. Fu molto
bello. Avvenne al Teatro dell’Opera e fui il primo a introdurvi
la musica leggera. Quando arrivai volevano farmi cantare senza microfono,
ma io non ero mica un tenore! Nico in Giappone.
E’ un paese dieci anni avanti a tutti per la tecnologia. Ma
è anche un paese che ama molto le proprie tradizioni. I giapponesi
mangiano per terra, col kimono, quando arrivano in casa si tolgono
gli abiti occidentali e si mettono quelli giapponesi. Li apprezzo
molto anche se sono di una cultura lontanissima dalla nostra. E’
gente che lavora, sono nazionalisti, quadruplicano il percorso produttivo.
La crisi della melodia. Oggi fare melodie è
difficilissimo, si rischia di cadere sempre in qualcosa di fatto.
Vedo cantanti che hanno dei testi bellissimi per le loro canzoni
ma a livello melodico c’è poco. La famosa battuta secondo
cui le note sono sette è vera, sono state già rimescolate
in ogni modo possibile negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta
e, in parte, anche Settanta. Progetti per il futuro.
Dovrei fare qualcosa in Corea del Sud poi una cosa in Turchia, ma
chi lo sa… Migliore qualità e peggior difetto.
Il difetto è che non frequento, forse, molto, l’ambiente
dove io vivo, quello musicale intendo. Non mi sono mai mescolato
ai clan e ai gruppi di lavoro. Sono sempre stato un isolato. I miei
amici possono essere Gianni Meccia, Jimmy Fontana e Del Turco, anche
perché le nostre famiglie hanno fraternizzato. Ho il mio
arrangiatore, Dell'Orso, il resto non
mi interessa. La qualità non lo so, credo di non averne.
La qualità è probabilmente la media di tante piccole
cose. Forse la pazienza, il tentativo di non litigare mai. Amo discutere,
certo, ma non ho mai litigato con nessuno, o molto raramente. Il
mondo discografico: ieri ed oggi. Sicuramente era meglio
prima. La tecnologia ha trasformato le case discografiche in distributori.
Politica. Se non si è capito sono di destra,
voto Alleanza Nazionale.
|
Nico,
ricorda le etichette discografiche per cui ha inciso le sue colonne
sonore?
Come
autore sì, certamente. Ho lavorato spesso con la CAM, poi
con la RCA, la Ricordi, ero molto amico di Paolo
Lepore, lo stesso che scrisse il testo di Don Chuck,
il castoro. Lui lavorava alla CAM, eravamo molto amici. Il
contratto in esclusiva lo ebbi solo con la RCA, però, fino
al 1966. Sono stato un libero battitore, insomma.
Come
ha iniziato a fare le sigle?
Mi
chiamarono la prima volta Giuseppe Giacchi,
della CAM, e Paolo Lepore. Il cartone giapponese per il quale dovevamo
fare la canzone era Don Chuck, il castoro. Io vidi il cartone,
mi sembrò davvero brutto. Mi incontrai con Paolo Lepore,
che aveva già una bozza di testo, io decisi di cantarlo dopo
essermi consultato con Giacchi. Il pezzo funzionò e decidemmo
di farne altri. In seguito il controllo di questo settore si spostò
da Roma a Milano, e fu Cristina D’Avena
a cantare tutti i pezzi. Purtroppo, dico io, perché c’erano
altri artisti molto bravi, come i Cavalieri
del Re, che facevano queste cose.
So
che Petrossi organizzava dei concorsi, fra i vari artisti, per decidere
quale sigla affidare a questo o a quel cartone animato. Lei si ricorda
qualcuno dei suoi pezzi che, come sigla, fu scartata?
No,
io venivo chiamato da Olimpio e facevo
le sigle. Quando seppi che faceva i concorsi decisi di non mandare
più i miei provini, anche perché la cosa iniziò
a non interessarmi. Mia figlia Guendalina era cresciuta, nel frattempo,
e venne un po’ meno il motivo per farle. L'importante era
il modo di fare questi brani, che rendesse l’ascolto facile,
che arrivassero ai bambini.
Come
mai per queste sigle l’RCA non ha mai tentato di legarla,
in qualche modo? Lei ha fatto sigle anche per altre etichette, come
la WEA, ad esempio.
Ero
legato alla casa di produzione dei vari cartoni, ma adesso non mi
ricordo quale fosse. Il materiale arrivava a Roma, i responsabili
mi conoscevano e decidevamo di farne la sigla.
Si
ricorda chi era la persona fisica con cui lei interagiva?
Difficile,
l’ho presente visivamente ma non ricordo il nome.
Mariano
Detto dice che Don Chuck, il castoro ha venduto
"solo" 150.000 copie.
No!
Molte di più! Io ricevevo i soldi come diritti d’autore
e ne sono sicuro. Anche la sigla di Arnold andò
molto bene, purtroppo fu sostituita in seguito. Il distributore
cambiò, cioè, e cambiò anche la mia sigla,
rimettendovi quella originale. Fu la Mediaset ad appropriaresene.
Il
lato B di Don Chuck castoro è Pierino
a quadretti.
Quello
era un cartone che si doveva fare e decidemmo di mettere quel pezzo.
Mi
risulta che lei abbia lavorato per Bem
e Jeremy & Jenny anche
con un tal Scardelletti. Si ricorda
chi fosse?
Era
un paroliere. Abbiamo fatto probabilmente il testo insieme e poi
io, da solo, ho composto la musica. Lui era un collezionista di
fumetti, lo conoscevo per quello.
La
sigla di Bem è molto apprezzata dai fans.
Sì,
è vero. E’ strano perché quel cartone era una
cosa un po’ macabra, io non volevo neppure farne la sigla!
Vedevo questi tre mostri che avevano solo tre dita, mamma mia! Poi,
però, la feci e andò molto bene. Il pezzo venne fuori
carino e molto fantasioso. Quel disco lo feci per la WEA, ricordo
che c’era una ragazza a curare i lavori.
Cosa
può dirmi di Carlo Maria Cordio?
Lavorava
con la CAM, mi ha fatto un paio di arrangiamenti.
Si
ricorda di Jeremy & Jenny, destra sinistra?
Sì,
mi ricordo soprattutto il piacere di lavorare con i bambini, rapidissimi
nell’apprendere le cose. I cori che usavo erano quello di
Torrespaccata e di Renata
Cortiglioni. I Nostri Figli
erano invece i miei, quelli di Giacchi, di Lepore… erano tre
o quattro bambini che poi ripetevamo su tre o quattro piste.
C’è
poi una sua sigla intitolata Boys and
girls, per un telefilm dal titolo omonimo?
Sì,
facemmo il disco ma non accadde niente di particolare, non fu un
grande successo.
Per
la seconda sigla di Don Chuck, intitolata Don
Chuck story, si ricorda da chi era composto il coro
I castorini?
Purtroppo
no. Io, comunque lavoravo sempre a Roma. Insegnavamo ai bambini
a cantare all’unisono, poi si aggiungeva alla loro voce registrata
il pianoforte, poi si rimetteva la loro voce e così via…
Alla fine il risultato era quello di un’armonizzazione finta.
Lei
ha lavorato anche con Nora Orlandi?
Come
no! Abbiamo lavorato insieme tutta una vita. Lei ha curato i cori
di quasi tutti i miei dischi, sia quando occorrevano le donne che
i bambini. Arrivava spesso con Edda Dell’Orso,
Gianna Spagniulo e altre ancora.
Edda
Dell’Orso ovvero la moglie di Giacomo Dell’Orso.
Proprio
lei. Giacomo è il mio arrangiatore da vent’anni.
Ha
avuto soddisfazione dalle vendite di Arnold?
Fu
il primo colpo! Poi il successo del personaggio fu straordinario.
Anche la copertina del disco funzionò perché c’era
il faccione di Arnold in evidenza. Il retro mi sembra fosse Ma
le gambe, nel quale cantava anche Nora
Orlandi.
Ci
sono poi altre due sigle: Hela supergirl
e Microsupermen. Se le ricorda?
Per
queste canzoni ho collaborato con Balvetti,
cioè la persona che cura il coro dei bambini di Torrespaccata
da trent’anni. Rinnova continuamente il coro ma non lascia
i bambini che crescono, fa i cori anche per i grandi (in realtà,
secondo il parere di Giacomo Dell'Orso, oggi questo coro non è
più attivo, nda).
In
Hela supergirl canta anche sua figlia?
No!
Fa un’uscitina, non ha cantato. Era nel coro di Arnold
comunque.
Il
disco doveva uscire per la RCA secondo i credits del cartone animato.
Invece uscì per la Fonit Cetra.
Non
ricordo come andò la cosa. Fu probabilmente proprio Balvetti
a propormelo perché sapeva che io avevo fatto altre sigle.
La
produzione NP è sua?
No.
E
quella Granello?
Quella
sì, sono le mie edizioni.
Le
sigle Sam ragazzo del west
e Cyborg, i nove supermagnifici
sono arrangiate da Giacomo Dell’Orso.
La
sigla per i Cyborg non mi venne molto bene. Anche il cartone
animato non funzionò.
Stupisce
che a lei non piacciano moltissimo le sigle per Bem e per
i Cyborg, che sono, invece, amatissime dai fans.
E’
il destino. Spesso io sono convinto di fare un bel pezzo che poi
non ingrana… quando mi fecero vedere Bem io dissi:
-Ma lo devo proprio fare?-. Non mi piaceva ma l’ho fatta in
modo convinto. Ormai trovo i cartoni giapponesi un po’ sorpassati,
è finito il loro boom. Alcune cose, però, come Don
Chuck, il castoro, erano davvero brutte. Il pezzo, infatti,
lo feci in tre secondi, di malavoglia. Un’altra cosa, per
esempio, che ho fatto senza volerlo è la colonna sonora del
film Emmanuelle nera, veramente brutto anche se il regista
era un mio amico. Eppure quella pellicola incassò tantissimo,
proprio perché erano i primi film erotici, dove si vedeva
un po’ di nudo. Mi arrivavano però un sacco di soldi
dai diritti della colonna sonora che, ripeto, non volevo fare. Il
pezzo base era Black Emmanuelle
e andò benissimo.
Della
sigla per Sam cosa ricorda?
Era
un pezzo lineare, carino. Poteva funzionare anche per un film.
Jane
e Micci è l’ultima sigla per i cartoni
animati. Il 45 giri non uscì.
Non
uscì perché era la fase terminale di quel lavoro.
Il testo lo fece Umberto Caldari.
Per
la promozione delle sigle dell’epoca lei partecipò,
nel 1984, alla kermesse per le sigle televisive tenutasi a Pavia?
Sì,
ci andai con mia figlia per cantare Don Chuck, il castoro.
Ricordo che mia figlia chiese l’autografo ai Cavalieri del
Re in quanto cantanti di Lady Oscar.
Ho conosciuto Zara, molto simpatico
sia lui che sua moglie. Vinsi una coppa, ovviamente simbolica.
In
una sigla veniva prima il testo o la musica?
Spesso
era un percorso che si sviluppava di pari passo sia per il testo
che per la musica. Certamente io volevo vedere il cartone per rendermi
conto di cosa fosse. Il copione di un film lo si può leggere
ma un cartone animato è una cosa infinita. Come fai a fare
la sigla di Bem se prima non lo vedi?
|