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Nico Fidenco

 

Intervista di Mauro Agnoli con la collaborazione di Marco Auditore, Marco Nacci e Gabrio Secco (02-06-1995, 08-08-1995 e 14-11-1999)

Ho intervistato il cantante prima in un bar presso il Foro Italico ed in seguito a casa sua, sempre a Roma (nda).

LA MIA BIOGRAFIA

Nico FidencoAnagrafe. Sono nato come Domenico Colarossi a Roma il 24-01-1933. Il nome d’arte l’ho scelto prima come compositore alla SIAE, poi, appena ho inciso il primo disco, l’ho trasferito al cantante. Famiglia. Mia madre era Serafino Regina, mio padre Colarossi Dandolo, un nome da doge veneziano… e ho una sorella che si chiama Silvana, sposata, con due figli. Io mi sono sposato nel 1972 con Anna Maria Surdo, ho una figlia, nata nel 1973, Guendalina. Gioventù. Bè, il ricordo piacevole della mia infanzia è collegato all’Africa, cioè la vita che si faceva lì, che era una vita a contatto con la natura, si andava a caccia, voglio dire, non si faceva vita urbana, anche se Asmara, dove io abitavo, era una città a tutti gli effetti, Asmara è in Eritrea. Io appunto sono nato a Roma, ma all’età di tre anni sono partito, siccome mio padre lavorava per conto dello Stato, faceva le strade, allora erano colonie italiane, insomma ci siamo trasferiti lì, dopo è scoppiata la guerra, noi siamo andati giù nel ’38, esattamente alla fine del ’37, è scoppiata la guerra, e noi siamo rimasti bloccati là. Separato dalla sorella. L’unica preoccupazione che avevamo è che mia sorella, per un problema di studi, era venuta giù e poi era tornata subito in Italia, mia sorella ha cinque anni più di me e quindi, ecco, la nostra preoccupazione era per lei bloccata là, io, però, siccome lei abitava in campagna dai nonni, ero abbastanza tranquillo. Nico Fidenco e Gabrio SeccoL'epoca fascista. Io il periodo fascista me lo ricordo, siccome eravamo nelle colonie. Io ero piccolino ma me lo ricordo tutto sommato come una cosa positiva; noi, allora, eravamo in una colonia italiana, procurata chiaramente dal fascismo, lì si stava benissimo, i nostri rapporti con la popolazione locale erano ottimi. Mio padre aveva degli operai indigeni, gli volevano un bene dell’anima, venivano trattati come se fossero stati degli italiani. L’unica cosa, devo dire, che mi impressionò molto quando sono tornato qui in Italia nel ’49, è stato vedere i mendicanti, perché giù in colonia non esistevano, cioè, tutta la gente che era lì lavorava. Io i mendicanti non li vedevo perché ero in un posto in cui non ce n’erano, era atipica la mia situazione, io ero in Africa, dove chi andava aveva un posto di lavoro, non andava a chiedere l’elemosina, insomma, non esisteva l’immigrazione come adesso, no? Voglio dire, come i paesi dell’Est, allora si emigrava perché si aveva un contratto di lavoro, come dovrebbe essere sempre, parliamoci chiaro. Se lei va in Canada… io lì in Canada stracciaroli non ne ho mai visti, uno che va lì lavora, ha il contratto di lavoro, che sarà un contratto capestro, tutto quello che ti pare, però lavora, voglio dire, non va a chiedere l’elemosina, lì ti convogliano negli enti assistenziali, è un fatto di pulizia sociale, diciamo, non è che mettono le camere a gas (ride), lì non si entra se non hai il permesso di lavoro, insomma è un’immigrazione controllata, diversamente dall’Italia. Curriculum scolastico. Ho incominciato le mie scuole in Africa, da piccolo sono stato in Africa, fino all’età di 16 anni, ho fatto le elementari dalle suore. Poi dalle medie fino al 2° liceo l’ho fatto dai fratelli delle scuole cristiane, quelli di S. Giovanni Battista De La Salle, che era il loro fondatore, quelli col cravattino bianco, che ne ho ritrovato qualcuno ancora in Italia. Il 3° liceo l’ho fatto qui al Mamiani, solo che siccome qui erano avanti coi programmi, io sono venuto a fine anno scolastico, quindi sono entrato al Mamiani come uditore, alla fine dell’anno m’hanno bocciato, perché non c’erano che tre mesi, allora l’anno dopo sono andato al Copernico per recuperare, ho fatto due anni in uno e poi mi sono iscritto all’università a Legge, ma ancora prima a Medicina. Superiori, Medicina, Centro Sperimentale, poi ho fatto Legge, su desiderio di mio padre, ma quando entrai in Siae abbandonai, mi mancavano due esami solamente! Gli anni universitari e l'approdo al Centro. Io ho fatto quasi un anno di Medicina, perché volevo fare Chirurgia. Ho incominciato a frequentare sale operatorie, a vedere gente squartata, cose da sentirsi male, però è obbligatorio andarci, perché devi vincere la repulsione… in quello stesso momento scattò l’operazione Centro Sperimentale, cioè il concorso e l’esame, che io feci così per fare, c’erano 5 o 6 borse di studio, lì era implicita la borsa di studio e io pensai: -Se passo, passo!-. Poi lì c’erano raccomandazioni, cose, una piccola raccomandazione ce l’avevo anch’io, ma era più che altro una segnalazione, tant’è vero che io andai all’esame teorico, quando mi chiamarono, completamente impreparato, perché non credevo mai che m’avrebbero chiamato! E l’esame me lo fece Rossellini. Lui era nella commissione, io capitai con lui: era il ’52, a quell’epoca era ancora nel pieno della carriera, era un mito! Quando lo vidi, esordii dicendo: -Professore-, non mi ricordo come lo chiamavo e tirai fuori una teoria che io poi ho sempre avuto: -Guardi, io non mi sono preparato su nessun testo, sono completamente incolto!- allora si studiava sul Sadoul, che era una sventola così… io volutamente non ho voluto studiare niente, perché quando uno ha troppa cultura in un settore, dopo inavvertitamente, involontariamente imita, se tu sai un sacco di cose, poi le vai a fare, perché il cervello ci rimugina e le ributta fuori, e vai a fare una cosa che è già stata fatta! Quindi, gli dissi: -Siccome io credo di avere qualcosa da dire di mio, magari di pessima qualità, però mia, allora preferisco- e a lui questa cosa piacque moltissimo, perché gli altri arrivavano lì, sapevano tutto, citavano, io avevo lì un amico bravissimo, che sapeva tutto di tutti e infatti lo bocciarono! Dopo 15 giorni mi arrivò una lettera: -Lei è stato accettato al corso di recitazione-. L'amore per il cinema. Io del cinema mi sono innamorato subito, già dall’Eritrea ero un appassionato, purtroppo lì c’erano i sottotitoli, per cui era faticosissimo, lì avevamo visto in anteprima tutti i film americani che io ho visto in Italia dopo, cioè, io negli anni ‘46-‘47-’48 mi son visto tutti i film a colori, arrivavano subito, lì, solo che erano sottotitolati, per cui mi ricordo che un film lo vedevo tre volte, perché la prima volta leggevi i dialoghi sotto, e ti perdevi il 90% dell’immagine, solo il cinema americano, perché quello italiano si era fermato, durante la guerra. Film americani di guerra, di propaganda come Joe il pilota, molto belli, Bellezze al bagno con Esther Williams, tutte queste cose qua, me le sono riviste tutte in Italia, finalmente doppiati, me li sono rigoduti, diciamo. Là ho visto film che in Italia durante la guerra non arrivavano, perché c’era l’embargo contro i film americani e così mi sono innamorato del cinema, mi ha attirato a punto tale, che quando ho preso la licenza liceale, ho fatto il concorso al Centro Sperimentale, io volevo fare regia, senonchè per fare regia occorreva o la laurea o delle esperienze cinematografiche precedenti, cioè collaborazioni con registi, cose che non avevo, allora feci il concorso come attore, perché era l’unico modo per chi aveva licenza liceale di entrare. Lo vinsi, e siccome il direttore allora era Vittorio Sala, mi pare, siccome c’era un rapporto, così, di amicizia, allora dissi che io avevo piacere a seguire i corsi di regia… così li feci tutti e due: siccome molte materie erano comuni, appena una veniva anticipata, mi infilavo, è il periodo in cui con me c’era Cifariello, Marco Guglielmi… come professori avevo Tamberlani, Rossellini. Rossellini mi piaceva già, ce l’avevamo come insegnante non fisso, periodico, poi avevamo Tina Lattanzi (deceduta il 25-10-1997 alla veneranda età di 100 anni, nda) come insegnante di recitazione. Ogni tanto avevamo qualche regista, non del Centro, che veniva a fare delle conferenze, passavano un po’ tutti, il Centro era l’Ente Cinematografico di Stato, quindi periodicamente venivano. E' stata una grande esperienza, che però poi l’ho bloccata, prima della fine del secondo anno, perché allora c’era un fenomeno strano, che dopo si è sanato, cioè, allora era il periodo che appena tu dicevi che venivi dal Centro Sperimentale, ti ridevano dietro e ti snobbavano, invece dopo fu obbligatorio prendere la gente dal Centro Sperimentale, ed il Ministero non dava l’autorizzazione se non c’era uno del Centro Sperimentale in ogni settore, cioè un operatore, un truccatore, un attore, un assistente alla regia, certo, non un regista. Invece ai miei tempi era diverso, allora io a quel punto non presi neanche il diploma, perché mi chiesi: -Ma che lo pigli a fa’?-. Invece io, per imparare quel mestiere come sceneggiatore, mi affiancai in quel periodo a Metz e Marchesi, che erano due sceneggiatori molto bravi, hanno fatto tutti i film di Totò, per cui mi affiancai a loro, feci l’assistente alla regia di Franco Brusati in alcuni film, diciamo che stavo avviandomi sul piano pratico, non scolastico, non teorico. Con Franco Brusati. Il Padrone è come me, diretto da Franco Brusati, un film in costume primo Novecento, in cui io facevo l’assistente alla regia, mi stavo avviando al mestiere, non mi ricordo nemmeno se apparivo nei credits, ma quasi sicuramente sì, ma col mio vero nome, lo pseudonimo non l'avevo ancora inventato. Purtroppo il film andò male. Cantante per caso e l'esempio di Modugno. Io ho cantato per caso, perché un mio amico che andava a fare il militare mi lasciò una chitarra, allora non si poteva portare la chitarra a militare, così la lasciò a casa. Io mi comprai un manualetto d’istruzioni, incominciai a strimpellare la chitarra, incominciai a canticchiare, senonchè il mio hobby, più che di cantare canzoni conosciute, era quello di farle. Cantavo delle canzoni che erano allora in voga, però dopo mi sono messo io a farle, e la cosa restava a livello di hobby, non avevo nessuna pretesa, più avanti invece mi sono proprio inserito in un ambiente, ho conosciuto Franco Migliacci, tutto il giro di Modugno, piano piano fui trascinato lì dentro, finchè un giorno feci dei provini, per far sentire le canzoni, non per far sentire la mia voce… li lasciai alla Rca, lì c’era il direttore artistico, che era Enzo Micocci, che un giorno mi disse: -Maaa…tu c’hai una voce strana, così…vediamo di farne un disco!-, allora era il periodo in cui venivano fuori i cantautori, avevan già fatto qualcosa con Meccia (Gianni Meccia, famoso autore allora agli inizi come cantautore, per le sigle di cartoni ha scritto tra l’altro La Canzone di Charlotte, con Jurgens e Zambrini, nda), c’era Modugno che non era un cantante, era un cantautore, cioè, venivamo da Achille Togliani (morto proprio in quell’agosto ’95, come appresi mentre intervistavo Luigi Lopez, nda), da Gino Latilla, da gente che cantava, no? Facevano scuola di canto, allora era questo l’iter. Invece Modugno è proprio come quello che ha rotto l’incantesimo, perché ha iniziato con cose da cantastorie, come La Sveglietta o Il Pescespada, con la chitarra, dove la voce aveva un’importanza secondaria. La voce maleducata, lui aveva, non aveva una voce classica, direi proprio che Modugno è stato il primo cantautore in Italia. La nascita dello pseudonimo. Io quello lo tirai fuori mentre strimpellavo queste mie canzoni, lì da Metz e Marchesi, allora io ero fidanzato con la figlia, Fioretta Metz, e fu lei che, intendendosi di diritti d’autore grazie al padre, mi disse: -Perché non vai ad iscriverti alla Siae? Perché non si sa mai, tu fai ‘sti pezzi, magari poi qualcuno te li canta…-. Allora io feci l’esame di melodista alla Siae, e siccome con ‘sto fatto del canto mi vergognavo un po’, mi inventai uno pseudonimo: ne presentai alla Siae sei o sette, tra i quali c’era Fidenco. Nico è l’abbreviazione di Domenico, Fidenco invece lo scelsi perché c’era un mio amico che si chiamava Tornajenko, che aveva il cognome che terminava in –enko, tipico suffisso ucraino e questa cosa in –enko mi piaceva, non era Rossi o Bianchi, anche se l’ho saputo solo dopo che tutti i cognomi ucraini finiscono in –enko, tra l’altro in questo concerto a Kiev, in Ucraina, qualche anno fa, tutti mi hanno chiesto se sono di origini ucraine…(ride). Quindi, come nome, mi scelsero questo, gli altri non me li ricordo nemmeno: più tardi, nel momento che mi capitò di cantare, avevo già il nome pronto: in Italia circolava bene, piaceva a tutti, un nome strano, fuori dagli schemi, così è nato Nico Fidenco. Dalla composizione al canto: What a Sky. Prima feci dei provini con Micocci, perché voleva farmi fare un disco, eravamo lì con basso, batteria e chitarra, per far sentire la mia voce, quando capitò l’occasione per cantare la canzone de’ I Delfini. Fui chiamato da Micocci, il quale mi disse: -Guarda che stanno cercando qualcuno per questa canzone…- perché dovevano mettere nel film un pezzo di Paul Anka, non era il leit-motiv del film, era un episodio, via. Allora, per avere il permesso dall’America, bisognava chiedere all’editore, l’RCA americana, per i diritti, il film doveva andare a Venezia dopo 15 giorni, non c’era tempo di seguire tutto questo iter, allora Giovanni Fusco, che era il compositore di tutte queste musiche del film di Maselli, decise di chiamare un cantante italiano. Io mi ricordo che andai lì e trovai Little Tony, lui veniva dall’Inghilterra, era già conosciuto sulla piazza, tant’è vero che quando lo vidi telefonai a Micocci e glielo dissi, e lui mi disse di provare lo stesso. Andammo lì, Fusco al pianoforte ci fece sentire questo What a Sky, che era un pezzo un po’ cantilenante, al punto che Little Tony disse: -Che boiata!-. Lui scelse tutti e due per provare sulla parte, registrò la base, che fu terminata alle 4 del mattino al Cinefonico di Cinecittà, con orchestra sinfonica diretta da Luis Bacalov. Era un pezzo importante perché era scoperto, cioè in quel punto del film c’era solo la musica e non il dialogo, per una durata di tre minuti. Esordio artistico. Ho esordito proprio così, cantando una canzone da un film, I Delfini, di Citto Maselli, che è stata subito un successo. Io strimpellavo la chitarra e un po’ il pianoforte. Il mio sogno (realizzato) era quello di comporre musiche per films e soprattutto di cantare. Devo dire che a me il successo arrivò non da bambino, avevo già 26 anni quando ebbi i primi riconoscimenti. Non mi sudavo molto i miei iniziali successi… Carriera. Nel 1951 vinco la borsa di studio e seguo per due anni i corsi di regia al Centro Sperimentale di Roma. Dal 1953 in poi sono studente all'Università di Roma, prima Medicina, poi Giurisprudenza. Giro alcuni documentari come aiuto-regista facendo contemporaneamente assistente alla regia in films a lungo metraggio (Franco Brusati). Nel 1960, ascoltati dei provini di alcune mie canzoni, Enzo Micocci, direttore artistico della RCA Italiana, mi propone per l’esecuzione vocale del tema del film I Delfini di Francesco Maselli con Claudia Cardinale e Tomas Milian. E’ il mio primo disco: 500.000 copie vendute in pochi mesi. Da questo momento dedico tutta la mia attività al campo musicale sia come cantante che come compositore. Nell’arco di 8 anni raggiungo la cifra record di 8 milioni di dischi venduti solo in Italia. Si alternano brani tratti da famose colonne sonore come: What a sky (I Delfini), La ragazza con la valigia (film omonimo con la Cardinale), Trust me (L’Avventura con Monica Vitti, regia di Michelangelo Antonioni), Il mondo di Suzie Wong (film omonimo con William Holden), Exodus (con Paul Newman), Moon river (di Henry Mancini dal film Colazione da Tiffany con William Holden ed Audrey Hepburn), L’uomo che non sapeva amare (con George Peppard), Lord Jim (con Peter O’Toole) ed altri brani che mi riguardano come cantautore: Legata ad un granello di sabbia, Come nasce un amore, Con te sulla spiaggia, Se mi perderai, Tra le piume di una rondine. Contemporaneamente comincio a comporre i primi commenti musicali di films: il primo della serie è All’ombra di una Colt da cui si pubblico un 45 giri, ed è un successo, centinaia di migliaia di copie. Questa parte prende sempre di più il sopravvento fino a sopraffare la mia attività di cantante. Musiche per più di 70 films: The Texican, Per il gusto di uccidere, John il Bastardo, Lo voglio morto, El Che Guevara, La ragazzina, Emmanuelle nera, Emmanuelle in America, Candido erotico e molte altre comprese commedie musicali teatrali (Assoluta ingratitudine di Maurizio Costanzo) e sigle tv, fra cui molte anche per ragazzi (Arnold). Tournèes in tutto il mondo e, quasi annualmente, in Brasile. Dal 1984: m’incontro casualmente, in uno spettacolo, con Jimmy Fontana, Riccardo Del Turco e Gianni Meccia e, quasi per gioco, decidiamo di fare qualche spettacolo insieme: è il successo e si forma così il gruppo dei Superquattro. Spettacoli e tv a non finire, sempre con molto successo. Ultima: la partecipazione alle 36 puntate di Domenica in… 1988-’89. In collaborazione col teatro Vittoria mettiamo in atto nel 1995 una produzione estiva che si dimostra subito di grande successo: è Voglia matta degli anni ‘60 che si svolge ogni sera al parco S. Sebastiano (Caracalla) con la collaborazione di giovani attori del teatro Vittoria e del Centro Sperimentale di Cinematografia. In 34 giorni, più di 100mila spettatori di tutte le età hanno affollato il parco, decretando la piena riuscita dell'iniziativa. E’ impossibile enumerare tutte le mie performances in spettacoli tv e shows in Italia e all’estero. Tournèes in Nord-Sud America, Giappone, Australia, Europa. Ricordo con grande piacere quella del 10 dicembre 1994 in Ucraina (URSS) con un concerto al teatro dell’Opera di Kiev, con orchestra sinfonica di 54 elementi + 6 coristi. L'ispirazione. Sono sempre stato un istintivo. L’ispirazione può venire in ogni momento. D’altra parte non c’è cosa peggiore di quando si deve fare una cosa per forza. Per questo io scrivo quando me la sento. Influenze canore. Non credo di aver subito grosse influenze, semplicemente perché, all’inizio, io non pensavo che quella del cantante sarebbe stata la mia carriera. Posso dire che scimmiottavo un po’ Modugno, allora in auge. Ai miei iniziali provini cantavo strillando, poi ho fatto l’opposto. Noi cantanti degli anni Sessanta eravamo ineducati musicalmente ma questo ci dava personalità. Sigle Tv. Avendo una figlia piccola (un quarto di secolo fa), ho iniziato, per gioco, a fare delle canzoni per bambini, le ho fatte ascoltare, sono piaciute e da lì l’inizio, che poi ho abbandonato anche perché tutta l’attività di questo genere si è spostata a Milano. Queste sigle dei cartoni le abbiamo fatte per qualche anno a Roma, poi improvvisamente si sono spostate tutte a Milano, hanno preso tutto loro in mano, sono degli accentratori incredibili, peggio dei napoletani! Scrivo sia testi che musiche, insieme o separati. Le ho trovate una cosa divertente e nello stesso tempo interessante, lavorare con dei bambini e per dei bambini è una cosa molto istruttiva, un’esperienza fondamentale. Sono più affezionato alla prima che feci, Don Chuck il Castoro. Per alcune delle sigle si sono fatti anche dei piccoli concorsi fra autori della RCA (BMG) e alcuni li ho persi. Dei miei collaboratori ricordo tutto: sono stati degli ottimi colleghi con i quali ho lavorato volentieri e soprattutto allegramente. San Remo con Cher. Ho partecipato una sola volta al Festival di San Remo, con un brano scritto da Gianni Meccia, Ma piano. Cantai con Cher e fummo eliminati subito. La colpa di questo, devo dire, fu sua, perché si presentò all’ultimo momento, non conosceva il testo, il marito glielo suggeriva, magari saremmo stati eliminati ugualmente ma lei, di certo, non aiutò la baracca. Stiamo parlando del 1966. Nel 1961 avevo mandato Legato a un granello di sabbia alla giuria del festival, che me la bocciò. La stessa estate il disco uscì e fece un botto enorme. Nico musicista? Sono sempre molto restio quando devo suonare, non credo di suonare bene, per cui… Maurizio Costanzo e Assoluta ingratitudine. Composi delle cose per Maurizio Costanzo, molto carine, dove però la musica era soltanto un commento… Alla sua trasmissione sono andato solo una volta, è una vetrina, quella del suo programma, che non mi piace moltissimo. Ultimamente non amo neppure il modo che ha lui di ragionare. I Superquattro. Mi incontrai una sera con Fontana, Meccia e Del Turco. Ci accorgemmo che era divertente fare delle serate insieme e siamo stati insieme fino al 1994, per dieci anni. All’inizio era un gioco, in seguito ha avuto il suo successo ma poi abbiamo mollato dopo la Domenica In di quell’anno. Facevamo soprattutto dei remake di canzoni degli anni sessanta ma anche tre o quattro pezzi nuovi (in realtà anche pochissimi anni fa ho beccato i Superquattro esibirsi in tv in un programma mattiniero con Giletti, nda). Il Giubileo. Sto preparando alcune musiche per rappresentazioni sacre che si faranno durante il Giubileo. I testi saranno di Bartolomeo Rossetti, un autore molto bravo che ha già scritto il Vangelo in romanesco. Nico in Brasile. Faccio ancora tournèes in giro per il mondo, tutti gli anni. In Sudamerica sono molto apprezzato, in Brasile ma anche in Argentina, lì le cose degli anni Sessanta vanno molto bene, gli spettacoli sono congegnati abilmente e i successi arrivano sempre. Ogni volta che si incontra il pubblico è un’emozione per me. E’ come se fosse sempre la prima volta. Anche perché il pubblico cambia: trovi i giovani, quelli con la puzza sotto il naso, quelli snob... Nico a Kiev. Fu una serata per i bambini di Chernobyl. Fu molto bello. Avvenne al Teatro dell’Opera e fui il primo a introdurvi la musica leggera. Quando arrivai volevano farmi cantare senza microfono, ma io non ero mica un tenore! Nico in Giappone. E’ un paese dieci anni avanti a tutti per la tecnologia. Ma è anche un paese che ama molto le proprie tradizioni. I giapponesi mangiano per terra, col kimono, quando arrivano in casa si tolgono gli abiti occidentali e si mettono quelli giapponesi. Li apprezzo molto anche se sono di una cultura lontanissima dalla nostra. E’ gente che lavora, sono nazionalisti, quadruplicano il percorso produttivo. La crisi della melodia. Oggi fare melodie è difficilissimo, si rischia di cadere sempre in qualcosa di fatto. Vedo cantanti che hanno dei testi bellissimi per le loro canzoni ma a livello melodico c’è poco. La famosa battuta secondo cui le note sono sette è vera, sono state già rimescolate in ogni modo possibile negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta e, in parte, anche Settanta. Progetti per il futuro. Dovrei fare qualcosa in Corea del Sud poi una cosa in Turchia, ma chi lo sa… Migliore qualità e peggior difetto. Il difetto è che non frequento, forse, molto, l’ambiente dove io vivo, quello musicale intendo. Non mi sono mai mescolato ai clan e ai gruppi di lavoro. Sono sempre stato un isolato. I miei amici possono essere Gianni Meccia, Jimmy Fontana e Del Turco, anche perché le nostre famiglie hanno fraternizzato. Ho il mio arrangiatore, Dell'Orso, il resto non mi interessa. La qualità non lo so, credo di non averne. La qualità è probabilmente la media di tante piccole cose. Forse la pazienza, il tentativo di non litigare mai. Amo discutere, certo, ma non ho mai litigato con nessuno, o molto raramente. Il mondo discografico: ieri ed oggi. Sicuramente era meglio prima. La tecnologia ha trasformato le case discografiche in distributori. Politica. Se non si è capito sono di destra, voto Alleanza Nazionale.

CHIACCHIERATA SULLE SIGLE

Nico FidencoNico, ricorda le etichette discografiche per cui ha inciso le sue colonne sonore?

Come autore sì, certamente. Ho lavorato spesso con la CAM, poi con la RCA, la Ricordi, ero molto amico di Paolo Lepore, lo stesso che scrisse il testo di Don Chuck, il castoro. Lui lavorava alla CAM, eravamo molto amici. Il contratto in esclusiva lo ebbi solo con la RCA, però, fino al 1966. Sono stato un libero battitore, insomma.

Come ha iniziato a fare le sigle?

Mi chiamarono la prima volta Giuseppe Giacchi, della CAM, e Paolo Lepore. Il cartone giapponese per il quale dovevamo fare la canzone era Don Chuck, il castoro. Io vidi il cartone, mi sembrò davvero brutto. Mi incontrai con Paolo Lepore, che aveva già una bozza di testo, io decisi di cantarlo dopo essermi consultato con Giacchi. Il pezzo funzionò e decidemmo di farne altri. In seguito il controllo di questo settore si spostò da Roma a Milano, e fu Cristina D’Avena a cantare tutti i pezzi. Purtroppo, dico io, perché c’erano altri artisti molto bravi, come i Cavalieri del Re, che facevano queste cose.

So che Petrossi organizzava dei concorsi, fra i vari artisti, per decidere quale sigla affidare a questo o a quel cartone animato. Lei si ricorda qualcuno dei suoi pezzi che, come sigla, fu scartata?

No, io venivo chiamato da Olimpio e facevo le sigle. Quando seppi che faceva i concorsi decisi di non mandare più i miei provini, anche perché la cosa iniziò a non interessarmi. Mia figlia Guendalina era cresciuta, nel frattempo, e venne un po’ meno il motivo per farle. L'importante era il modo di fare questi brani, che rendesse l’ascolto facile, che arrivassero ai bambini.

Come mai per queste sigle l’RCA non ha mai tentato di legarla, in qualche modo? Lei ha fatto sigle anche per altre etichette, come la WEA, ad esempio.

Ero legato alla casa di produzione dei vari cartoni, ma adesso non mi ricordo quale fosse. Il materiale arrivava a Roma, i responsabili mi conoscevano e decidevamo di farne la sigla.

Si ricorda chi era la persona fisica con cui lei interagiva?

Difficile, l’ho presente visivamente ma non ricordo il nome.

Mariano Detto dice che Don Chuck, il castoro ha venduto "solo" 150.000 copie.

No! Molte di più! Io ricevevo i soldi come diritti d’autore e ne sono sicuro. Anche la sigla di Arnold andò molto bene, purtroppo fu sostituita in seguito. Il distributore cambiò, cioè, e cambiò anche la mia sigla, rimettendovi quella originale. Fu la Mediaset ad appropriaresene.

Il lato B di Don Chuck castoro è Pierino a quadretti.

Quello era un cartone che si doveva fare e decidemmo di mettere quel pezzo.

Mi risulta che lei abbia lavorato per Bem e Jeremy & Jenny anche con un tal Scardelletti. Si ricorda chi fosse?

Era un paroliere. Abbiamo fatto probabilmente il testo insieme e poi io, da solo, ho composto la musica. Lui era un collezionista di fumetti, lo conoscevo per quello.

La sigla di Bem è molto apprezzata dai fans.

Sì, è vero. E’ strano perché quel cartone era una cosa un po’ macabra, io non volevo neppure farne la sigla! Vedevo questi tre mostri che avevano solo tre dita, mamma mia! Poi, però, la feci e andò molto bene. Il pezzo venne fuori carino e molto fantasioso. Quel disco lo feci per la WEA, ricordo che c’era una ragazza a curare i lavori.

Cosa può dirmi di Carlo Maria Cordio?

Lavorava con la CAM, mi ha fatto un paio di arrangiamenti.

Si ricorda di Jeremy & Jenny, destra sinistra?

Sì, mi ricordo soprattutto il piacere di lavorare con i bambini, rapidissimi nell’apprendere le cose. I cori che usavo erano quello di Torrespaccata e di Renata Cortiglioni. I Nostri Figli erano invece i miei, quelli di Giacchi, di Lepore… erano tre o quattro bambini che poi ripetevamo su tre o quattro piste.

C’è poi una sua sigla intitolata Boys and girls, per un telefilm dal titolo omonimo?

Sì, facemmo il disco ma non accadde niente di particolare, non fu un grande successo.

Per la seconda sigla di Don Chuck, intitolata Don Chuck story, si ricorda da chi era composto il coro I castorini?

Purtroppo no. Io, comunque lavoravo sempre a Roma. Insegnavamo ai bambini a cantare all’unisono, poi si aggiungeva alla loro voce registrata il pianoforte, poi si rimetteva la loro voce e così via… Alla fine il risultato era quello di un’armonizzazione finta.

Lei ha lavorato anche con Nora Orlandi?

Come no! Abbiamo lavorato insieme tutta una vita. Lei ha curato i cori di quasi tutti i miei dischi, sia quando occorrevano le donne che i bambini. Arrivava spesso con Edda Dell’Orso, Gianna Spagniulo e altre ancora.

Edda Dell’Orso ovvero la moglie di Giacomo Dell’Orso.

Proprio lei. Giacomo è il mio arrangiatore da vent’anni.

Ha avuto soddisfazione dalle vendite di Arnold?

Fu il primo colpo! Poi il successo del personaggio fu straordinario. Anche la copertina del disco funzionò perché c’era il faccione di Arnold in evidenza. Il retro mi sembra fosse Ma le gambe, nel quale cantava anche Nora Orlandi.

Ci sono poi altre due sigle: Hela supergirl e Microsupermen. Se le ricorda?

Per queste canzoni ho collaborato con Balvetti, cioè la persona che cura il coro dei bambini di Torrespaccata da trent’anni. Rinnova continuamente il coro ma non lascia i bambini che crescono, fa i cori anche per i grandi (in realtà, secondo il parere di Giacomo Dell'Orso, oggi questo coro non è più attivo, nda).

In Hela supergirl canta anche sua figlia?

No! Fa un’uscitina, non ha cantato. Era nel coro di Arnold comunque.

Il disco doveva uscire per la RCA secondo i credits del cartone animato. Invece uscì per la Fonit Cetra.

Non ricordo come andò la cosa. Fu probabilmente proprio Balvetti a propormelo perché sapeva che io avevo fatto altre sigle.

La produzione NP è sua?

No.

E quella Granello?

Quella sì, sono le mie edizioni.

Le sigle Sam ragazzo del west e Cyborg, i nove supermagnifici sono arrangiate da Giacomo Dell’Orso.

La sigla per i Cyborg non mi venne molto bene. Anche il cartone animato non funzionò.

Stupisce che a lei non piacciano moltissimo le sigle per Bem e per i Cyborg, che sono, invece, amatissime dai fans.

E’ il destino. Spesso io sono convinto di fare un bel pezzo che poi non ingrana… quando mi fecero vedere Bem io dissi: -Ma lo devo proprio fare?-. Non mi piaceva ma l’ho fatta in modo convinto. Ormai trovo i cartoni giapponesi un po’ sorpassati, è finito il loro boom. Alcune cose, però, come Don Chuck, il castoro, erano davvero brutte. Il pezzo, infatti, lo feci in tre secondi, di malavoglia. Un’altra cosa, per esempio, che ho fatto senza volerlo è la colonna sonora del film Emmanuelle nera, veramente brutto anche se il regista era un mio amico. Eppure quella pellicola incassò tantissimo, proprio perché erano i primi film erotici, dove si vedeva un po’ di nudo. Mi arrivavano però un sacco di soldi dai diritti della colonna sonora che, ripeto, non volevo fare. Il pezzo base era Black Emmanuelle e andò benissimo.

Della sigla per Sam cosa ricorda?

Era un pezzo lineare, carino. Poteva funzionare anche per un film.

Jane e Micci è l’ultima sigla per i cartoni animati. Il 45 giri non uscì.

Non uscì perché era la fase terminale di quel lavoro. Il testo lo fece Umberto Caldari.

Per la promozione delle sigle dell’epoca lei partecipò, nel 1984, alla kermesse per le sigle televisive tenutasi a Pavia?

Sì, ci andai con mia figlia per cantare Don Chuck, il castoro. Ricordo che mia figlia chiese l’autografo ai Cavalieri del Re in quanto cantanti di Lady Oscar. Ho conosciuto Zara, molto simpatico sia lui che sua moglie. Vinsi una coppa, ovviamente simbolica.

In una sigla veniva prima il testo o la musica?

Spesso era un percorso che si sviluppava di pari passo sia per il testo che per la musica. Certamente io volevo vedere il cartone per rendermi conto di cosa fosse. Il copione di un film lo si può leggere ma un cartone animato è una cosa infinita. Come fai a fare la sigla di Bem se prima non lo vedi?

 

Nota dell'autore: il grande Fidenco è la nota dolente delle NDS: gli ho sempre proposto una partecipazione ed era sempre regolarmente impegnato, però in occasione della seconda edizione ha omaggiato l'organizzazione di un video realizzato a Roma in cui ha accennato alcune delle sigle più belle con un sottofondo di chitarra. Sempre in ambiente "siglesco" ho rincontrato Nico a Macchemù su Italia 1, dove eseguiva la celeberrima Arnold. Ultimamente si è prestato per Detto Mariano ad eseguire una nuova prestazione in video eseguendo col coro Don Chuck, il castoro, per un prodotto al momento ancora inedito.

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