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Lalla Francia
Intervista di Francesco Piccardo e Mauro Agnoli (giugno 2002). Trascritta da Matteo Sciba. Revisione finale di Anna Cervini. Impaginazione web di Gian Piero Aschieri.
LA MIA BIOGRAFIA
Lalla Francia

Anagrafe.
Sono nata in Umbria, a Terni, il 25 settembre 1955.

Famiglia.
Ho una sorella più grande, Eloisa.

Curriculum scolastico.
Ho cominciato con la musica classica, iniziando a 10 anni a studiare violino al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. E per un po’ di anni mi sono dedicata esclusivamente alla musica classica. Era proprio la mia passione e guardavo un po’ con la puzza sotto il naso tutto quello che era al di fuori della musica classica.

Esordio artistico.
Poi verso il 1968/1969 Paola Orlandi, sorella di Nora Orlandi, si trasferì da Roma a Milano, dopo il matrimonio, e decise di mettere in piedi una formazione vocale come quella di Nora con cui lavorava a Roma. Per cui venne in Conservatorio a cercare dei ragazzi. All’inizio è stata coinvolta mia sorella, anche perché io ero più piccolina. Avevo 14 anni e ogni tanto la seguivo perché ero curiosa di scoprire come si registravano i dischi e le canzoni. Allora Paola volle sentirmi e mi fece provare a cantare, cosa che per me era facile perché studiando in Conservatorio ero abituata a leggere partiture di musica classica e canto corale. Il fatto di avere una eccellente preparazione tecnica mi ha favorito. Paola quindi ne parlò con Nora, che comunque aveva una supervisione anche di questo coro, e alla fine, nel 1971, mi è stato proposto da Paola di andare al Festival di Sanremo nella formazione del 4+4 per accompagnare tutti i pezzi del Festival. Io avevo 15 anni e pochi giorni, e i miei genitori dovettero andare a firmare liberatorie in Questura. Al Festival ho conosciuto Nora, che mi ha fatto una specie di esame, ero un po’ spaventata, però ho capito che era una grande professionista. Quell’anno ha vinto Il cuore è uno zingaro di Nicola Di Bari e Nada. Poi c’erano i Mungo Jerry, Celentano con Sotto le lenzuola, Little Tony, Patty Pravo, e io mi sono ritrovata all’improvviso catapultata lì in mezzo ed è stata una esperienza grandissima.

Carriera.
Da Sanremo in poi ho cominciato a collaborare sempre di più, nei dischi e nelle manifestazioni varie. In studio ho collaborato veramente con tutti, magari solo una volta, ma ho lavorato con tutti. Potrei citare Battisti, Baglioni, Bennato, Albano e Romina, per tutto il periodo di Felicità e Ci sarà, Biagio Antonacci, gli Articolo 31 per tutti gli album dal 1996 come Così com’è, Renato Zero per il disco con Cercami, Celentano, Eros Ramazzotti per Cuori agitati, Matia Bazar negli ultimi due album, Gloria Gaynor per un disco fatto in Italia con dei musicisti comunque americani e poi sono una sua vocalist quando viene a fare serate in Italia, con Jovanotti per tutti i più belli da Ciao mamma a Lorenzo 94, Fausto Leali, Fiorella Mannoia per I treni a vapore e Fragile. Ho lavorato con artisti completamente diversi e questa è la cosa che più mi piace del mio lavoro: ogni volta devi cercare di capire qual è il mondo di quell’artista ed essere pronto a calartici dentro. Tutto questo, oltre ad aprirti moltissimo la mente e la musicalità, ti arricchisce perché, la volta dopo, arrivi e sei già dentro. La forza di un musicista che lavora con tutti è che, quando arriva, c’è. Aver fatto un disco di Albano e Romina, non significa non riuscire a cantare per il disco degli Articolo 31. Io posso dosare o modificare il mio canto, ma il mio dare, la mia "pancia", è quella. L’unica cosa che non potrei mai fare è la musica lirica, perché, anche se mi piace tantissimo, non sono assolutamente in grado. Ricordo con piacere anche tutta una serie di tournée fatte con degli artisti che ho scoperto essere delle persone fantastiche, tipo Francesco De Gregori. Ho lavorato anche con artisti stranieri, soprattutto negli anni 1990, 1991 e 1992 al Festival di Sanremo quando lo ha preso Aragozzini e ha riproposto la vecchia formula con cantanti stranieri. Un po’ di tempo fa poi c’è stato un boom dei jingle radio e della pubblicità, per cui ho fatto una valanga di pubblicità. Ho fatto quasi tutti i jingle di Franco Godi, il più grande che se ne è occupato. Ho fatto Ti spunta un fiore in bocca della Colgate, i Baci Perugina, Kodak, che mi piaceva tantissimo. Mi ricordo che stavo due o tre giorni in studio, durante la settimana, solo per fare jingle.

CHIACCHIERATA SULLE SIGLE
Quanti elementi c’erano in un gruppo vocale come quello di Nora Orlandi e quello di Paola Orlandi?
Si trattava di 6/7 ragazze e 6/7 ragazzi che lavoravano a rotazione in base alla disponibilità, dato che una volta le formazioni nei dischi normalmente erano 4+4, cioè 4 uomini e 4 donne. Adesso si va al risparmio, ma una volta era così. Anche perché una volta, e io ho fatto in tempo, registravi i dischi in diretta: entravi in studio e tutta l’orchestra suonava in diretta perché c’erano solo quattro tracce. Non c’era quindi possibilità di raddoppiare e usare trucchi tecnici. Era tutto molto più veloce e c’era un livello professionale molto alto delle persone che entravano in studio, perché, se tu sbagliavi, un orchestra di 50 persone doveva rifare l’accordatura. Per cui non poteva accadere molto spesso. In effetti, se tu senti i dischi di una volta, ci sono anche parecchi sbagli. Si faceva così, non c’erano metri di paragone, non solo nei dischi italiani, ma anche in quelli americani.
Atlas Ufo Robot - GoldrakeCome hai iniziato a cantare sigle di cartoni animati?
Le sigle sono nate, insieme con Paola Orlandi, dal connubio fra Albertelli e Tempera. Quando ho cominciato, la prima è stata proprio Ufo Robot. Due o tre anni fa, noi le abbiamo anche rifatte per un CD utilizzando il più possibile le persone originali. Sicuramente la sigla che mi è rimasta più nel cuore è proprio la prima, Ufo Robot. Mi ricordo precisamente quando l’abbiamo cantata in studio alla Fonit Cetra.
C’era anche Tadini in Ufo Robot?
Tadini? No, non mi sembra. In Ufo Robot non credo.
Ti ricordi gli altri coristi?
Marco Ferradini, Fabio Concato.
Paola Orlandi?
Assolutamente sì. Anche perché io ero una ragazza fissa di Paola e lavoravo solo ed esclusivamente con lei a quell’epoca. Ero nel suo gruppo stretto, e non si lavorava con nessun’altro. C’era anche un forte spirito di gruppo. Questo suono si ottiene lavorando sempre con le stesse persone.
Ti ricordi qualche aneddoto simpatico?
Erano tutti termini nuovi. Non eravamo abituati a pensare “Mangia libri di cibernetica e insalate di matematica” e ridevamo parecchio. Mi ricordo Marco Ferradini, che mi faceva morire dal ridere, perché gli era rimasto impresso questo “Alabarda Spaziale” e diceva sempre “Abelarda Spaziale”. Venivamo dai fumetti dove c’era Nonna Abelarda. Ridevamo con poco, però ci divertivamo tantissimo.
Remi, le sue avventureRemì è stata fatta da voi?
Noi abbiamo fatto i cori di Remì, e l’ha cantata il figlio di Paola Orlandi, Giampi Daldello. Poi questo lavoro si è evoluto e hanno cominciato a non avere sezioni grosse di cori, a prendere una o due vocalist e a cercare di mescolare le voci. C’è stato anche un periodo che volevano per forza ci fosse qualcuno di colore. Poi ho conosciuto Demo Morselli, che era un grande trombettista, turnista come noi. Demo ha formato questa Big Band per divertimento e per cambiare un po’, e mi ha proposto di andare a Roma a fare Buona Domenica. Non ho mai visto nessuno che sa fare così bene il suo lavoro come Maurizio Costanzo. Facendo poi un lavoro così, che dura proprio tanto, ci si affeziona, si creano i rapporti: all’interno della band, e all’interno del teatro stesso, in questi anni mi sono creata delle amicizie che frequento al di fuori del lavoro, perché ci vogliamo bene. Chiaramente non riesco più a fare molte altre cose perché sono molto impegnata, ma faccio un lavoro che mi piace.
Sogno nel cassetto?
Se te lo dico, ti fai due risate: aprire un ristorante. E prima o poi lo farò. Il mio vero hobby è cucinare.
Hai qualche rimpianto?
Nessuno, a parte non aver ancora aperto un ristorante! Scherzi a parte, di aver fatto un solo figlio.
Peggiore difetto e migliore qualità?
Difetto? Sicuramente è che non riesco ad entrare con tutti e due i piedi in questo lavoro, nel senso che, quando ho finito di lavorare, difficilmente penso al lavoro. E’ un difetto perché altrimenti avrei avuto più chance. E’ un difetto per chi da fuori mi chiede come mai non faccio un disco. Ma io sto bene e sono soddisfatta, per cui se c’è da dover andare a una cena, o presentare, o fare delle telefonate per forza, non lo faccio. Io faccio sempre solo ed esclusivamente quello che mi va, e che non ha mai un secondo fine. Migliore qualità? Me la diranno gli altri, non la posso dire io. A parte che sono bellissima, altissima, giovanissima.
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