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Mauro Goldsand

 

Intervista di Mauro Agnoli con la collaborazione di Marco Auditore, Marco Nacci e Gabrio Secco (16-11-1999)

Ho intervistato il compositore in un bar attiguo alla sede della Rai a Roma (nda).

LA MIA BIOGRAFIA
Mauro Goldsand nei primi anni '80

Mauro Goldsand alcuni anni faAnagrafe. Sono nato a Roma in data 11-06-1954. Famiglia. Mia madre si chiama Maria Letizia D’Amore, il papà è Alexander Goldsand, viennese. Lui era un fuggiasco nel corso della Seconda Guerra Mondiale, perseguitato perché israelita. E’ stata proprio la fuga in Italia di mio padre Alexander, oggi deceduto, che gli ha permesso di conoscere la futura moglie. Io ha un fratello più grande, che si chiama Walter, amante dell’arte. Io sono sposato da tre anni con una ragazza sarda. Mia madre è cantante lirica, così come lo era la nonna, Elena Paoloni D’Amore. Curriculum scolastico. Diplomato al Liceo Scientifico Kennedy di Roma, frequento con scarsa convinzione, per un anno, l’Università, alla Facoltà di Scienze Statistiche ed Attuariali, dietro la spinta della mia famiglia. Gioventù. Ricordo con piacere le marachelle fatte da bambino, come i piccoli furti ai danni dei borselli della nonna: i soldi trovati mi servivano per comprare dei piccoli giochi da condividere con gli amici del quartiere dove vivevo. Un’altra simpatica esperienza che mi torna volentieri alla mente è quella nelle campagne romane dei primi anni Sessanta insieme agli amici a fare quei giochi proibiti che i bambini ogni tanto s’inventano, come il gioco del dottore… Esordio artistico. Grazie alla professione di nonna e mamma, sin da piccolo ho l’opportunità di avere dentro casa gruppi musicali, riunioni di artisti e di respirare, insomma, aria musicale. All’età di sei anni chiesi a mia madre di permettermi di studiare il pianoforte. La prima fase del lavoro vero e proprio, studi del pianoforte a parte (peraltro non conclusi), è complicata: infatti, mi invaghii di un’attrice di teatro e lasciai la musica per affidarmi a questa nuova dimensione artistica. Questa esperienza mi permise però di conoscere una cantante di nome Fiammetta con la quale mi cimentai nel mondo della musica leggera. E’ breve il passo da qui all’incontro con Franco Migliacci, che mi volle a far parte del gruppo Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata, nome deciso dallo stesso Migliacci. Rocking RollingCarriera. Io mi sento più compositore che arrangiatore di brani, in quanto considero il momento creativo come qualcosa di magico ed espressivo. L’arrangiamento è una fase di lavoro eccessivamente tecnica, nella quale non mi trovo troppo a mio agio. Sono molto soddisfatto di aver raggiunto, talvolta, una vera e propria commozione nel comporre dei pezzi. I miei cavalli di battaglia, per quanto riguarda le sigle televisive, sono Chobin e Carletto, evidentemente più recepite dal pubblico, mentre, a livello di musica leggera, ho curato la realizzazione di Rocking Rolling di Scialpi e ho partecipato per due volte al Festival di San Remo. In una di queste due apparizioni ho scritto un pezzo (parole e musica) per Lene Lovich: Blue Motel, nel 1981. La seconda partecipazione a San Remo è con Antonella Arancio e risale a qualche anno fa con il pezzo Più di così. Con la collaborazione di Tamborrelli e Dossena, ho fatto dei pezzi per Dalida e Johnny Holliday destinati al mercato francese. Strumento. Dopo il pianoforte c'è stato l'impatto con la musica leggera, per cui ho imparato ad usare le tastiere, e anche la chitarra, ma quest’ultima l'ho ben presto abbandonata.

CHIACCHIERATA SULLE SIGLE
Mauro Goldsand, Patrizia Tapparelli ed Antonello Baranta: La Città della Domenica

Innanzitutto cosa puoi dirmi del nome del gruppo, Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata?

Mauro Goldsand seduto e dietro di lui Marco Nacci, Marco Auditore e Gabrio SeccoFu un’idea di Migliacci. Allora le sigle per bambini erano un fenomeno discografico importante e a lui venne in mente l’idea di creare un gruppo apposito per fare quel genere di pezzi. Ebbi la fortuna di partecipare al progetto e di avere un contatto diretto con Franco, il quale dimostrò di apprezzare le mie caratteristiche musicali. Per questo la nostra collaborazione andò oltre Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata.

A parte il Mago e la Fata, che posso anche capire, perché il terzo si chiamava Zucca Bacata?

Doveva essere l’elemento di follia del gruppo e far ridere i bambini, poiché era basso, grassottello, buffo, si chiamava Antonello Baranta. Era un tipo che si occupava di radiofonia, radio private e così via. Fece anche parte di un musical su Pinocchio fatto da me e da Migliacci nel quale erano presenti Enzo Cerusico, nella parte di Pinocchio, Peppino Mazzullo (voce di Topo Gigio, nda), che faceva sia Geppetto che il Grillo Parlante, Nino Fuscagni (fratello del più noto Carlo, nda), nella parte di Lucignolo e io stesso che, oltre ad essere autore delle musiche, partecipai alla messa in scena nella parte della Volpe. Baranta era il Gatto poiché il suo essere naturalmente buffo gli consentiva di ricoprire al meglio questo ruolo. Fu un musical che mi trovò pronto sul piano realizzativo e poi Franco scrisse dei testi assolutamente eccezionali: non c’era paternalismo benché si rivolgesse a un pubblico di bambini. Da allora non ho avuto più modo di incontrare Baranta (ovviamente questa intervista è precedente alle prime due edizioni della NDS, dove con grande gioia, spontaneità e professionalità Mauro si è riunito con Fiammetta ed Antonello, arrivando addirittura a presentare con loro la seconda edizione, nda).

Cosa pensi delle sigle che hai realizzato?

Mi sono divertito molto a farle. Inoltre sono state per me un’ottima palestra. C’era da misurarsi con quello che ci si aspettava da noi compositori in quanto dovevamo celebrare le gesta di un personaggio e creare una certa atmosfera, ed il tutto doveva essere appetibile. Per me, ripeto, è stata un’esperienza molto stimolante e piacevole tant’è che, quando capita di parlarne con gente come Olimpio Petrossi, che curava le realizzazioni, o con Jimmy Tamborrelli, ci viene quella nostalgia che ha sempre contraddistinto il nostro lavoro.

Come si svolgeva la parte realizzativa?

Olimpio Petrossi era molto competente, del tutto affidabile come controllore dei Da sinistra Mauro Goldsand e Lene Lovich tra alcuni amicilavori. Non faceva pesare troppo la sua influenza, benché spesso capitava che egli suggerisse di aggiungere delle cose o di ometterne delle altre. C’erano l'autore che metteva il suo testo e il compositore che faceva la musica. Dopo aver inciso il brano, questo passava a Migliacci come producer.

Potrei sapere come nacque il pezzo Rocking Rolling di Scialpi?

Fu Franco Migliacci a trovare questo ragazzo e tentava, con lui, di individuare un settore da percorrere. Aveva in mente una direzione melodica lontanissima da quella che poi intraprendemmo. Un giorno, però, io e Tamborrelli proponemmo Rocking Rolling a Migliacci, aspettandoci un secco no. Franco invece ascoltò il pezzo, come sempre a occhi chiusi e disse che era giusto. Facemmo il disco, con alcune resistenze da parte dell’azienda. La promozione praticamente non c’era, benché del pezzo fu fatto un video: in estate però quel brano salì in classifica, arrivando al secondo posto della hit-parade ufficiale. In seguito il rapporto con l’artista si incrinò, forse per sua presunzione.

Cosa pensi del fatto che oggi, a quasi venti anni di distanza, ci siano ancora dei fans che cantano le tue canzoni e che apprezzano il tuo lavoro di allora?

Non potevo pensare che avrebbero avuto tutto questo successo! Immaginavo che questo mercato sarebbe andato avanti ogni anno in modo diverso, con nuovi personaggi e nuove sigle. Non so spiegarmi questo successo. Ultimamente ho ricevuto delle telefonate di alcuni ragazzi come voi che mi chiedevano come ritrovare i vecchi dischi originali. Io non ho saputo cosa rispondere. Fu qualcosa di nuovo, un fenomeno che prima non esisteva, era come passare dal cinema muto al cinema sonoro.

Delle sigle Mediaset, di oggi, cosa pensi?

Da destra ancora Mauro Goldsand e Lene Lovich tra alcuni amiciGuarda, devo dire che non mi si attizza niente… questo non deve essere letto come una critica ma si è spenta la partecipazione emotiva per questa cosa. Dovreste fare questa domanda a chi usufruisce ora delle nuove sigle.

Non credi che usare sempre gli stessi interpreti finisca per inflazionare il mercato?

Questo può essere. Noi eravamo tanti e, soprattutto, non apparivamo mai in prima persona! C’erano, cioè, Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata, oppure la Happy Gang, del tutto al servizio del cartone e del personaggio. Non so se questo ci sia ancora.

Non credi che ci fosse anche una differenziazione di stili? I fratelli Balestra, per esempio, avevano un loro stile, i fratelli De Angelis un altro, tu un altro ancora.

Posso dire che quando si soggiace a una legge che appiattisce tutto, bè, non può che venire la noia. Faccio un esempio: nella pubblicità si cerca di individuare un certo target, si mette una musichetta più lenta prima, più veloce dopo e si concentra tutto in trenta secondi. Secondo me la pubblicità fatta in questo modo è un fallimento, non si raggiungeranno mai dei picchi di originalità o creatività che rendono uno spot riconoscibile. Lo stesso pericolo è rilevabile anche per quello che riguarda queste sigle. Noi, per esempio, pensammo a qualcosa di nuovo per Chobin, con quel boing, boing, boing ripetuto continuamente.

Come veniva ottenuto quell’effetto?

Era semplicemente la mia voce registrata su un nastro che andava a mezza velocità. Io dicevo: bbbbooooooiiiiiinnnnggggg, bbbbooooooiiiiiinnnnggggg, bbbbooooooiiiiiinnnnggggg. Mandato a velocità normale veniva fuori l’effetto che si sente in Chobin. Era la scoperta dell’acqua calda!

Adesso ti chiedo alcuni aneddoti, nell’ordine cronologico in cui sono usciti i dischi, sulle varie sigle. Cominciamo con Fan Bernardo, chi era Zanelli, autore insieme a Migliacci e Peguri?

Non credo di aver mai conosciuto questo Zanelli. In Fan Bernardo, però posso svelare l’arcano: il Mago del gruppo non dovevo essere io ma un altro, che all’ultimo momento venne meno, dopo aver già registrato il brano. Io, insomma, comparivo nella copertina del disco ma a cantare non ero io. Il video della sigla andava in onda in una trasmissione per ragazzi della RAI. Partecipai, insomma, come attore in quel brano e nel pezzo La città della domenica, sigla per un serial della Rusconi ambientato nella cittadina umbra, vicino a Perugia. Registrammo il tutto in una settimana, non c’eravamo solo noi: c’era Gianni Morandi che cantava una canzone per bambini, Meakin faceva Candy Candy e poi ricordo benissimo la partecipazione di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Dovevano essere delle mini-puntate dove si incontravano di volta in volta degli artisti che si esibivano. Credo sia andato in onda in qualche televisione della Rusconi, non ebbe una grossa fortuna (di questa realizzazione in 4 puntate non sono riuscito a ritrovare le tracce, in quanto il regista stesso purtroppo non ne conserva il master, nda). Il regista fu Carlo Nistri, un vecchio socio di Ennio Melis, tiranno degli anni d’oro dell’RCA e scopritore di gente come Dalla, De Gregori, Venditti, e Zero. A Carlo Nistri venne proposto di fare Piccoli fans alla RAI e lui, a sua volta, chiese a me di parteciparvi. Si creò quello che chiamo il caso Maestro Goldsand ossia il fatto che, a causa di quella trasmissione, che mi assorbiva totalmente, troncai per alcuni anni i rapporti con Migliacci, con la BMG e con tutto il resto. Abbandonato Piccoli fans mi chiesi: -E ora, da dove ripartiamo?-. Non essendo un grosso imprenditore di me stesso passai dei brutti quarti d’ora.

In seguito è arrivato Chobin, con la musica tua e il testo di Migliacci. Cosa voleva dire Edizioni Mimo?

"Mi" stava per Migliacci, "Mo" per Morandi. Era una casa editrice che nacque quando Migliacci incontrò questa enorme miniera d’oro che era Gianni Morandi. Casa editrice che ha continuato a esistere al di là della partecipazione di Morandi. L’arrangiamento era di Tamborrelli, io non ero ancora credibile come arrangiatore e Jimmy era più affidabile. Io e Patrizia Tapparelli cantavamo, come coristi c’erano i figli di Migliacci. Il vocione di Brunga era di Franco.

Superboy Shadaw ovvero La spada di luce.

Il "Mago", Mauro GoldsandMi piacque molto quando la scrissi, ma nel cantarla diventò più moscia, soprattutto nella parte dell’inciso. Anche i cori erano un pochino pallidi. In Superboy Shadaw Patrizia Tapparelli era già uscita dal gruppo, la sostituimmo con Roberta Petteruti, ragazza che ho rivisto come corista ufficiale al Festival di San Remo. Fu, comunque, una meteora, con noi fece solo quella sigla. Non so perchè non andò mai in televisione (in seguito, avendo eseguito La spada di luce dal vivo per ben due volte alle NDS, con Fiammetta Flaminii al posto di Roberta, Mauro ha cambiato idea sulla musicalità e sulla ritmica della canzone, nda).

Quasi tutti i dischi dell’RCA riportano, sulla copertina, la dicitura "sigla originale". Per Superboy Shadaw ciò non avvenne.

Faccio solo un’ipotesi: probabilmente l’RCA aveva fatto un accordo con la casa editrice di questi cartoni animati che stabiliva la possibilità di doppiare, musicare o siglare tutta una serie di serial, non andati tutti in onda.

Sì, però il cartone animato di cui la vostra sigla celebrava le gesta, La spada di luce, è andato in onda, con un breve stacchetto musicale all’inizio e basta.

Allora non so dire, forse era una questione di tempi.

Mauro Goldsand e Gabrio SeccoPassiamo alle sigle fatte per Carletto, il principe dei mostri.

Le sigle erano due: una fatta sulla base della musica giapponese, riconoscibile per un arrangiamento non nostrano, che cantammo creando un pezzo molto fresco, ma in realtà quella sigla la subimmo, cioè ci fu imposto da accordi superiori il fatto di doverla fare sulla base della canzone originale. Le voci strane che si sentono, come nella frase "Ma quel mostro di Carletto dov’è?" le facevo quasi tutte io. La voce femminile era quella di Fiammetta Tombolato, una cantante che avevo conosciuto e con la quale stavo vivendo una love story, che mi portò nel mondo della canzone. La voce di Frankestein era probabilmente quella di Tamborrelli, così come quella dell’Uomo Lupo. A fare quelle voci morivamo dal ridere. Ci sembrava importante il fatto che, se riuscivamo noi a divertirci, si sarebbero divertiti sicuramente anche i ragazzini.

In Mister Baseball vi chiamate Happy Gang. Perché?

Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata non esistevano più. Happy Gang fu una creazione di Olimpio Petrossi, c’era la necessità di non affidare soltanto a me il ruolo di protagonista della sigla. Di fatto, però, la Happy Gang ero io. In Mister Baseball ebbi l’invenzione, faticosamente digerita da Petrossi, del cappelletto introduttivo: "Ed ecco a voi la stella dello stadio". Volevo dare una dimensione di spettacolo alla canzone. In quel pezzo facevo anche i cori e il falsetto, così come per Rocking Rolling, dove il coro non è altro che la mia voce replicata più volte.

Di Ultralion cosa ricordi?

E’ sempre del 1983, come Mister Baseball, ma fatta a qualche mese di distanza da Mister Baseball. Nacque come proposta di sigla per il cartone animato Flash Gordon e fu riciclata per Ultralion.

Nel 1979 avete fatto la canzone Minutino?

Lì cantavo a basta o forse non c’ero, boh. Partecipò il maestro Peguri, uno che aveva lavorato molto in RAI, era anziano già allora (il nome del maestro Gino Peguri si rintraccia in un amplissimo ventaglio di produzioni televisive storiche della RAI dagli anni '50 in poi, nda). La realizzazione era curata da Lilly Greco.

Ci sono poi La lettera ed il retro Oggi qui domani, per una telenovela andata in onda su Italia 1 intitolata Gli emigranti. Le cantò Cristina per una firma a otto mani: Nico Fidenco, Aldo Tamborrelli, Paolo Dossena e Mauro Goldsand.

Il famoso Paolo Dossena! Era un po’ un trafficone, metteva le mani un po’ dappertutto, fece anche delle cose degne ed egregie, altre meno. Quel pezzo, comunque fu più che altro mio e di Tamborrelli, di sicuro. Facemmo tutto un intero album con Cristina dove i pezzi erano tutti nostri. Per dovere contrattuale presunto, però, dovevamo talvolta condividere i pezzi con altrie persone.

Come si chiamava quella Cristina di cognome?

Si chiamava Cristina Marongiu.

Cosa puoi dirmi della strumentazione nei vostri pezzi?

Di programmato c’era poco o niente. Forse solo l’uso delle tastiere che rendessero un po’ di sensazioni, comunque facevamo spesso tutto a mano anche per gli effetti.

 

Nota dell'autore: bisogna ricordare che negli ultimi pezzi come Happy Gang, la voce femminile è quella di Fiammetta Flaminii, che quindi abbiamo deciso di invitare assieme a Mauro ed Antonello Baranta nelle NDS. Sono rimasto molto impressionato dalla vitalità e dalla simpatia di Mauro Goldsand come presentatore, mi stupisce che gente come lui venga trascurata per far spazio a talenti molto dubbi in tv. Certamente Mauro forse non ha mai spinto più di tanto, ma ha rivelato davvero un grande talento e senso del ritmo nella conduzione di uno spettacolo.

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