Anagrafe.
Sono nato a Roma in data 11-06-1954. Famiglia.
Mia madre si chiama Maria Letizia D’Amore, il papà
è Alexander Goldsand, viennese. Lui era un fuggiasco nel
corso della Seconda Guerra Mondiale, perseguitato perché
israelita. E’ stata proprio la fuga in Italia di mio padre
Alexander, oggi deceduto, che gli ha permesso di conoscere la futura
moglie. Io ha un fratello più grande, che si chiama Walter,
amante dell’arte. Io sono sposato da tre anni con una ragazza
sarda. Mia madre è cantante lirica, così come lo era
la nonna, Elena Paoloni D’Amore. Curriculum scolastico.
Diplomato al Liceo Scientifico Kennedy di Roma, frequento con scarsa
convinzione, per un anno, l’Università, alla Facoltà
di Scienze Statistiche ed Attuariali, dietro la spinta della mia
famiglia. Gioventù. Ricordo con piacere
le marachelle fatte da bambino, come i piccoli furti ai danni dei
borselli della nonna: i soldi trovati mi servivano per comprare
dei piccoli giochi da condividere con gli amici del quartiere dove
vivevo. Un’altra simpatica esperienza che mi torna volentieri
alla mente è quella nelle campagne romane dei primi anni
Sessanta insieme agli amici a fare quei giochi proibiti che i bambini
ogni tanto s’inventano, come il gioco del dottore… Esordio
artistico. Grazie alla professione di nonna e mamma, sin
da piccolo ho l’opportunità di avere dentro casa gruppi
musicali, riunioni di artisti e di respirare, insomma, aria musicale.
All’età di sei anni chiesi a mia madre di permettermi
di studiare il pianoforte. La prima fase del lavoro vero e proprio,
studi del pianoforte a parte (peraltro non conclusi), è complicata:
infatti, mi invaghii di un’attrice di teatro e lasciai la
musica per affidarmi a questa nuova dimensione artistica. Questa
esperienza mi permise però di conoscere una cantante di nome
Fiammetta con la quale mi cimentai nel mondo della musica leggera.
E’ breve il passo da qui all’incontro con Franco
Migliacci, che mi volle a far parte del gruppo Il
Mago, la Fata e la Zucca Bacata, nome deciso dallo stesso
Migliacci. Carriera.
Io mi sento più compositore che arrangiatore di brani, in
quanto considero il momento creativo come qualcosa di magico ed
espressivo. L’arrangiamento è una fase di lavoro eccessivamente
tecnica, nella quale non mi trovo troppo a mio agio. Sono molto
soddisfatto di aver raggiunto, talvolta, una vera e propria commozione
nel comporre dei pezzi. I miei cavalli di battaglia, per quanto
riguarda le sigle televisive, sono Chobin
e Carletto, evidentemente
più recepite dal pubblico, mentre, a livello di musica leggera,
ho curato la realizzazione di Rocking
Rolling di Scialpi e ho partecipato per due volte
al Festival di San Remo. In una di queste due apparizioni ho scritto
un pezzo (parole e musica) per Lene Lovich:
Blue Motel, nel 1981. La seconda partecipazione a San Remo
è con Antonella Arancio e risale a qualche anno fa con il
pezzo Più di così. Con la collaborazione
di Tamborrelli e Dossena, ho fatto dei pezzi per Dalida e Johnny
Holliday destinati al mercato francese. Strumento.
Dopo il pianoforte c'è stato l'impatto con la musica leggera,
per cui ho imparato ad usare le tastiere, e anche la chitarra, ma
quest’ultima l'ho ben presto abbandonata.
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Innanzitutto
cosa puoi dirmi del nome del gruppo, Il Mago, la Fata e la Zucca
Bacata?
Fu
un’idea di Migliacci. Allora le sigle per bambini erano un
fenomeno discografico importante e a lui venne in mente l’idea
di creare un gruppo apposito per fare quel genere di pezzi. Ebbi
la fortuna di partecipare al progetto e di avere un contatto diretto
con Franco, il quale dimostrò di apprezzare le mie caratteristiche
musicali. Per questo la nostra collaborazione andò oltre
Il Mago, la Fata e la Zucca Bacata.
A
parte il Mago e la Fata, che posso anche capire, perché il
terzo si chiamava Zucca Bacata?
Doveva
essere l’elemento di follia del gruppo e far ridere i bambini,
poiché era basso, grassottello, buffo, si chiamava Antonello
Baranta. Era un tipo che si occupava di radiofonia, radio
private e così via. Fece anche parte di un musical su Pinocchio
fatto da me e da Migliacci nel quale erano presenti Enzo Cerusico,
nella parte di Pinocchio, Peppino Mazzullo
(voce di Topo Gigio, nda), che faceva
sia Geppetto che il Grillo Parlante, Nino Fuscagni (fratello del
più noto Carlo, nda), nella parte di Lucignolo e io stesso
che, oltre ad essere autore delle musiche, partecipai alla messa
in scena nella parte della Volpe. Baranta era il Gatto poiché
il suo essere naturalmente buffo gli consentiva di ricoprire al
meglio questo ruolo. Fu un musical che mi trovò pronto sul
piano realizzativo e poi Franco scrisse dei testi assolutamente
eccezionali: non c’era paternalismo benché si rivolgesse
a un pubblico di bambini. Da allora non ho avuto più modo
di incontrare Baranta (ovviamente questa intervista è precedente
alle prime due edizioni della NDS, dove con grande gioia, spontaneità
e professionalità Mauro si è riunito con Fiammetta
ed Antonello, arrivando addirittura a presentare con loro la seconda
edizione, nda).
Cosa
pensi delle sigle che hai realizzato?
Mi
sono divertito molto a farle. Inoltre sono state per me un’ottima
palestra. C’era da misurarsi con quello che ci si aspettava
da noi compositori in quanto dovevamo celebrare le gesta di un personaggio
e creare una certa atmosfera, ed il tutto doveva essere appetibile.
Per me, ripeto, è stata un’esperienza molto stimolante
e piacevole tant’è che, quando capita di parlarne con
gente come Olimpio Petrossi, che curava
le realizzazioni, o con Jimmy Tamborrelli,
ci viene quella nostalgia che ha sempre contraddistinto il nostro
lavoro.
Come
si svolgeva la parte realizzativa?
Olimpio
Petrossi era molto competente, del tutto affidabile come controllore
dei lavori.
Non faceva pesare troppo la sua influenza, benché spesso
capitava che egli suggerisse di aggiungere delle cose o di ometterne
delle altre. C’erano l'autore che metteva il suo testo e il
compositore che faceva la musica. Dopo aver inciso il brano, questo
passava a Migliacci come producer.
Potrei
sapere come nacque il pezzo Rocking Rolling di Scialpi?
Fu
Franco Migliacci a trovare questo ragazzo e tentava, con lui, di
individuare un settore da percorrere. Aveva in mente una direzione
melodica lontanissima da quella che poi intraprendemmo. Un giorno,
però, io e Tamborrelli proponemmo Rocking Rolling
a Migliacci, aspettandoci un secco no. Franco invece ascoltò
il pezzo, come sempre a occhi chiusi e disse che era giusto. Facemmo
il disco, con alcune resistenze da parte dell’azienda. La
promozione praticamente non c’era, benché del pezzo
fu fatto un video: in estate però quel brano salì
in classifica, arrivando al secondo posto della hit-parade ufficiale.
In seguito il rapporto con l’artista si incrinò, forse
per sua presunzione.
Cosa
pensi del fatto che oggi, a quasi venti anni di distanza, ci siano
ancora dei fans che cantano le tue canzoni e che apprezzano il tuo
lavoro di allora?
Non
potevo pensare che avrebbero avuto tutto questo successo! Immaginavo
che questo mercato sarebbe andato avanti ogni anno in modo diverso,
con nuovi personaggi e nuove sigle. Non so spiegarmi questo successo.
Ultimamente ho ricevuto delle telefonate di alcuni ragazzi come
voi che mi chiedevano come ritrovare i vecchi dischi originali.
Io non ho saputo cosa rispondere. Fu qualcosa di nuovo, un fenomeno
che prima non esisteva, era come passare dal cinema muto al cinema
sonoro.
Delle
sigle Mediaset, di oggi, cosa pensi?
Guarda,
devo dire che non mi si attizza niente… questo non deve essere
letto come una critica ma si è spenta la partecipazione emotiva
per questa cosa. Dovreste fare questa domanda a chi usufruisce ora
delle nuove sigle.
Non
credi che usare sempre gli stessi interpreti finisca per inflazionare
il mercato?
Questo
può essere. Noi eravamo tanti e, soprattutto, non apparivamo
mai in prima persona! C’erano, cioè, Il Mago, la Fata
e la Zucca Bacata, oppure la Happy Gang,
del tutto al servizio del cartone e del personaggio. Non so se questo
ci sia ancora.
Non
credi che ci fosse anche una differenziazione di stili? I fratelli
Balestra, per esempio, avevano un loro stile, i fratelli
De Angelis un altro, tu un altro ancora.
Posso
dire che quando si soggiace a una legge che appiattisce tutto, bè,
non può che venire la noia. Faccio un esempio: nella pubblicità
si cerca di individuare un certo target, si mette una musichetta
più lenta prima, più veloce dopo e si concentra tutto
in trenta secondi. Secondo me la pubblicità fatta in questo
modo è un fallimento, non si raggiungeranno mai dei picchi
di originalità o creatività che rendono uno spot riconoscibile.
Lo stesso pericolo è rilevabile anche per quello che riguarda
queste sigle. Noi, per esempio, pensammo a qualcosa di nuovo per
Chobin, con quel boing, boing, boing ripetuto continuamente.
Come
veniva ottenuto quell’effetto?
Era
semplicemente la mia voce registrata su un nastro che andava a mezza
velocità. Io dicevo: bbbbooooooiiiiiinnnnggggg, bbbbooooooiiiiiinnnnggggg,
bbbbooooooiiiiiinnnnggggg. Mandato a velocità normale veniva
fuori l’effetto che si sente in Chobin. Era la scoperta
dell’acqua calda!
Adesso
ti chiedo alcuni aneddoti, nell’ordine cronologico in cui
sono usciti i dischi, sulle varie sigle. Cominciamo con Fan
Bernardo, chi era Zanelli,
autore insieme a Migliacci e Peguri?
Non
credo di aver mai conosciuto questo Zanelli. In Fan Bernardo,
però posso svelare l’arcano: il Mago del gruppo non
dovevo essere io ma un altro, che all’ultimo momento venne
meno, dopo aver già registrato il brano. Io, insomma, comparivo
nella copertina del disco ma a cantare non ero io. Il video della
sigla andava in onda in una trasmissione per ragazzi della RAI.
Partecipai, insomma, come attore in quel brano e nel pezzo La
città della domenica, sigla per un serial della
Rusconi ambientato nella cittadina umbra, vicino a Perugia. Registrammo
il tutto in una settimana, non c’eravamo solo noi: c’era
Gianni Morandi che cantava una canzone
per bambini, Meakin faceva Candy
Candy e poi ricordo benissimo la partecipazione di Franco
Franchi e Ciccio Ingrassia.
Dovevano essere delle mini-puntate dove si incontravano di volta
in volta degli artisti che si esibivano. Credo sia andato in onda
in qualche televisione della Rusconi, non ebbe una grossa fortuna
(di questa realizzazione in 4 puntate non sono riuscito a ritrovare
le tracce, in quanto il regista stesso purtroppo non ne conserva
il master, nda). Il regista fu Carlo Nistri,
un vecchio socio di Ennio Melis, tiranno degli anni d’oro
dell’RCA e scopritore di gente come Dalla, De Gregori, Venditti,
e Zero. A Carlo Nistri venne proposto di fare Piccoli
fans alla RAI e lui, a sua volta, chiese a me di parteciparvi.
Si creò quello che chiamo il caso Maestro Goldsand ossia
il fatto che, a causa di quella trasmissione, che mi assorbiva totalmente,
troncai per alcuni anni i rapporti con Migliacci, con la BMG e con
tutto il resto. Abbandonato Piccoli fans mi chiesi: -E ora, da dove
ripartiamo?-. Non essendo un grosso imprenditore di me stesso passai
dei brutti quarti d’ora.
In
seguito è arrivato Chobin, con la musica tua e il
testo di Migliacci. Cosa voleva dire Edizioni Mimo?
"Mi"
stava per Migliacci, "Mo" per Morandi. Era una casa editrice
che nacque quando Migliacci incontrò questa enorme miniera
d’oro che era Gianni Morandi. Casa editrice che ha continuato
a esistere al di là della partecipazione di Morandi. L’arrangiamento
era di Tamborrelli, io non ero ancora credibile come arrangiatore
e Jimmy era più affidabile. Io e Patrizia
Tapparelli cantavamo, come coristi c’erano i figli
di Migliacci. Il vocione di Brunga era di Franco.
Superboy
Shadaw ovvero La spada di luce.
Mi
piacque molto quando la scrissi, ma nel cantarla diventò
più moscia, soprattutto nella parte dell’inciso. Anche
i cori erano un pochino pallidi. In Superboy Shadaw Patrizia
Tapparelli era già uscita dal gruppo, la sostituimmo con
Roberta Petteruti, ragazza che ho rivisto
come corista ufficiale al Festival di San Remo. Fu, comunque, una
meteora, con noi fece solo quella sigla. Non so perchè non
andò mai in televisione (in seguito, avendo eseguito La
spada di luce dal vivo per ben due volte alle NDS, con Fiammetta
Flaminii al posto di Roberta, Mauro ha cambiato idea sulla
musicalità e sulla ritmica della canzone, nda).
Quasi
tutti i dischi dell’RCA riportano, sulla copertina, la dicitura
"sigla originale". Per Superboy Shadaw ciò
non avvenne.
Faccio
solo un’ipotesi: probabilmente l’RCA aveva fatto un
accordo con la casa editrice di questi cartoni animati che stabiliva
la possibilità di doppiare, musicare o siglare tutta una
serie di serial, non andati tutti in onda.
Sì,
però il cartone animato di cui la vostra sigla celebrava
le gesta, La spada di luce, è andato in onda, con
un breve stacchetto musicale all’inizio e basta.
Allora
non so dire, forse era una questione di tempi.
Passiamo
alle sigle fatte per Carletto, il principe
dei mostri.
Le
sigle erano due: una fatta sulla base della musica giapponese, riconoscibile
per un arrangiamento non nostrano, che cantammo creando un pezzo
molto fresco, ma in realtà quella sigla la subimmo, cioè
ci fu imposto da accordi superiori il fatto di doverla fare sulla
base della canzone originale. Le voci strane che si sentono, come
nella frase "Ma quel mostro di Carletto dov’è?"
le facevo quasi tutte io. La voce femminile era quella di Fiammetta
Tombolato, una cantante che avevo conosciuto e con la quale
stavo vivendo una love story, che mi portò nel mondo della
canzone. La voce di Frankestein era probabilmente quella di Tamborrelli,
così come quella dell’Uomo Lupo. A fare quelle voci
morivamo dal ridere. Ci sembrava importante il fatto che, se riuscivamo
noi a divertirci, si sarebbero divertiti sicuramente anche i ragazzini.
In
Mister Baseball vi chiamate
Happy Gang. Perché?
Il
Mago, la Fata e la Zucca Bacata non esistevano più. Happy
Gang fu una creazione di Olimpio Petrossi, c’era la necessità
di non affidare soltanto a me il ruolo di protagonista della sigla.
Di fatto, però, la Happy Gang ero io. In Mister Baseball
ebbi l’invenzione, faticosamente digerita da Petrossi, del
cappelletto introduttivo: "Ed ecco a voi la stella dello stadio".
Volevo dare una dimensione di spettacolo alla canzone. In quel pezzo
facevo anche i cori e il falsetto, così come per Rocking
Rolling, dove il coro non è altro che la mia voce replicata
più volte.
Di
Ultralion cosa ricordi?
E’
sempre del 1983, come Mister Baseball, ma fatta a qualche mese di
distanza da Mister Baseball. Nacque come proposta di sigla per il
cartone animato Flash Gordon
e fu riciclata per Ultralion.
Nel
1979 avete fatto la canzone Minutino?
Lì
cantavo a basta o forse non c’ero, boh. Partecipò il
maestro Peguri, uno che aveva lavorato molto in RAI, era anziano
già allora (il nome del maestro Gino
Peguri si rintraccia in un amplissimo ventaglio di produzioni
televisive storiche della RAI dagli anni '50 in poi, nda). La realizzazione
era curata da Lilly Greco.
Ci
sono poi La lettera ed il
retro Oggi qui domani, per
una telenovela andata in onda su Italia 1 intitolata Gli
emigranti. Le cantò Cristina
per una firma a otto mani: Nico Fidenco,
Aldo Tamborrelli, Paolo Dossena e Mauro
Goldsand.
Il
famoso Paolo Dossena! Era un po’ un trafficone, metteva le
mani un po’ dappertutto, fece anche delle cose degne ed egregie,
altre meno. Quel pezzo, comunque fu più che altro mio e di
Tamborrelli, di sicuro. Facemmo tutto un intero album con Cristina
dove i pezzi erano tutti nostri. Per dovere contrattuale presunto,
però, dovevamo talvolta condividere i pezzi con altrie persone.
Come
si chiamava quella Cristina di cognome?
Si
chiamava Cristina Marongiu.
Cosa
puoi dirmi della strumentazione nei vostri pezzi?
Di
programmato c’era poco o niente. Forse solo l’uso delle
tastiere che rendessero un po’ di sensazioni, comunque facevamo
spesso tutto a mano anche per gli effetti.
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