Intervista di Mauro Agnoli con la collaborazione di Gabrio Secco, Corrado Paganelli e Marco Nacci (1998). Trascrizione di Marco Nacci e Matteo Sciba, revisione finale di Mauro Agnoli, impaginazione web di Gian Piero Aschieri.
LA MIA BIOGRAFIA
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Anagrafe.
Sono nato a Roma il 21 dicembre 1939.
Famiglia.
I miei genitori sono Filippo, di origine siciliana, e Giuseppina Catanea, calabrese. Ho un fratello, Mario. Sono sposato e ho due figli che lavorano nel campo musicale. Il più grande, Alessandro, è dirigente della BMG Ricordi e si occupa attivamente di musica. E’ anche musicista e compositore. Nel campo di internet ha fatto il portale della BMG Internazionale. L’altro figlio, Cristiano, è un validissimo batterista. E’ stato scelto per suonare a Umbria Jazz e ha appena terminato di suonare per la tournée estiva di Max Gazzè. Sono già nonno di una bellissima bambina, Carlotta, figlia di Alessandro.
Curriculum scolastico.
Ho fatto il Liceo e contemporaneamente ho studiato musica privatamente. Il primo strumento con cui ho cominciato a suonare è stato la chitarra. Ho fatto grandissima pratica di jazz, e ho suonato in orchestre per cinque, sei anni in giro per il mondo, perfino in Libano e Turchia. Sono uscito di casa prestissimo: a diciotto anni già ero fuori. Mi piaceva avere le mia indipendenza. Poi mi sono stufato di girare il mondo, anche perché mi sono sposato e ho avuto il primo figlio.
Esordio artistico.
Intorno al 1963, 1964 sono entrato in RCA, cominciando dalla produzione e dall’assistenza musicale. Poi ho cominciato come autore di colonne sonore e a fare film. Il primo è stato Lo chiamavano Trinità.
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CHIACCHIERATA SULLE SIGLE E SULLE COLONNE SONORE
Musicalmente, qual è il suo ruolo?
Sono compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra.
Come nasce la passione per la musica?
C’era una mia predilezione per la musica da sempre, ma soprattutto ero innamorato del jazz. Ma quasi tutti i musicisti partono dal jazz. Per fare musica di qualità non si poteva non partire da quel tipo di esperienza. Che era e rimane un’esperienza interessantissima, che ha cambiato la faccia della musica di questo secolo. E’ fondamentale. E’ entrata prepotentemente nella cultura e nella storia musicale più di quanto tutti volessero o le riconoscessero in quel momento. La storia le darà una ragione fortissima, anche se le varie accademie lo tenevano fuori. Adesso piano piano sta entrando, ma negli anni ’50 posso garantire che il jazz era considerato comunque una musica priva di qualità culturali. Invece, più passerà il tempo, più aumenterà la sua importanza.
Qual è il ricordo che le viene in mente parlando delle sigle che ha fatto?
Il periodo era quello della fine degli anni Settanta, ma non ricordo bene. Si tratta di lavori al livello di tanti altri arrangiamenti che ho fatto nello stesso periodo. Ti posso dire la sigla di cartoni animati che preferisco, cui sono più affezionato:
Lupin. Mi piace perché è molto legato al mio modo di sentire e per moltissime altre ragioni. Ha incontrato il favore del pubblico ed è molto eseguito nelle sale da ballo. Poi non era alla moda: era un valzerone francese, che si può fare oggi come fra vent’anni. Molte persone mi ricordano più per
Lupin che per altre cose che io ritengo maggiormente interessanti! Indubbiamente mi fa piacere.
Suonavano già per l’RCA e quindi la casa discografica stessa, visto il tipo di composizione, ha pensato che l’esecutore migliore potesse essere Castellina Pasi, dato che aveva un proprio seguito. Fu un’idea ottima.
L’idea del valzer moderno è venuta a lei?
Non è venuta tanto a me, quanto al direttore delle edizioni RCA.
Glielo chiedo perché secondo me proprio per questa scelta di stile è migliore della canzone dei
Cavalieri del Re, che fu in concorrenza per la sigla di
Lupin, che pure è un bellissimo brano (pubblicato nel 2003 col titolo
Il fantomatico Lupin, NdR).
Non sapevo ci fossero altri brani concorrenti per Lupin. Ricordo che mi chiesero di fare un pezzo per la sigla di Lupin, che il direttore delle edizioni caldeggiava l’idea del valzer un po’ francese, mentre quelli della produzione erano contrari e volevano il pezzettino più moderno per ragazzini. A me invece piacque subito l’idea del valzer, che mi sembrò più giusta, e più divertente da realizzare. E funzionò. A volte anche l’editore dà delle dritte, che, quando sono buone, vanno prese al volo.
Antonello De Sanctis fa dei bei testi. Paolo Frescura mi ricordo che era un compositore e incideva pure dischi come cantautore. Marino non so chi sia, sinceramente non me lo ricordo.
L’ho arrangiata io, sei sicuro? Non me lo ricordo. Tante volte non ci sono i titoli definitivi mentre stai lavorando.
No. Con lei ho fatto delle cose di recente, ma non per i bambini. Era uno sceneggiato d’azione, tutt’altra cosa.
E queste me le ricordo! Le abbiamo fatte con
Dougie, che ha cantato. Fu parecchio divertente, anche perché con lui lavoriamo sempre simpaticamente.
Franca, certo, anche lei è una che collabora spesso. E’ brava, un’ottima professionista.
Sappiamo che la voce solista di Gordian è quella di Dougie Meakin, e poi c’è un coro di voci femminili. Non riusciamo però a individuare gli interpreti di Ufo Diapolon e Trider G.7. Anche qui sento dei cori femminili. Lei si ricorda? C’erano le Baba Yaga?
I cori in genere erano misti. C’era qualcuno delle Baba Yaga magari, c’era qualcun altro occasionale. Non c’era un gruppo fisso. Non mi ricordo sinceramente se era proprio il gruppo delle Baba Yaga o se erano coristi vari messi assieme. Magari c’erano due delle Baba Yaga e altre due da un’altra parte. I coristi erano presi come turnisti. Non era importante. Sicuramente una volta o due abbiamo utilizzato degli harmonizer, degli strumenti particolari sulla voce, per fare degli effetti, ma non ricordo molto di più.
Non me li ricordo, ma mi sembra strano.
Di solito suonava nelle sue sigle, tipo Gordian, Diapolon?
No, di solito non suonavo. Facevo gli arrangiamenti soltanto. Scrivevo la partitura, immaginandola e progettandola. Come si faceva l’arrangiatore normalmente, e come in fondo si fa tutt’ora, anche se l’elettronica ha cambiato un attimo il modo di lavorare.
Aveva dei suoi musicisti, scelti da lei?
In genere sì. Non mi ricordo chi suonasse uno specifico strumento perché non ce ne era uno, ma tre o quattro. C’era
Mario Scotti al basso, piuttosto che un altro...

Ci parli del lavoro di suo fratello.
Per un periodo ha lavorato anche lui nel campo discografico editoriale. E si è occupato anche di queste sigle. Lavorava proprio come produttore all’interno dell’RCA. E quindi seguiva, coordinava il lavoro e dava dei suggerimenti se era il caso. Adesso non è più in questo campo e si occupa di assicurazioni.
Non pensa che, se un tempo i legami familiari permettevano anche che ci si potesse in qualche modo inserire nel discorso creativo, oggi, invece, la cosa è più chiusa, come se vi fossero barriere invisibili?
Certo che lo penso! Infatti un tempo le parentele non mi davano fastidio. Prima non c’erano favoritismi, proprio per un fatto etico.
E’ vero che negli ultimi anni della sua esistenza l’RCA è stata tenuta in piedi grazie, per buona parte, ai proventi ottenuti dalla vendita delle sigle?
E’ vero certamente. L’allora RCA, l’attuale BMG, vive anche degli anni Sessanta, un periodo che possiamo definire una miniera d’oro.


Ci tolga un paio di curiosità. Nel pezzo portante della colonna sonora del film
Nati con la camicia, il solista è
Douglas Meakin? E qual è il titolo del pezzo?
Il solista è Douglas Meakin, lo confermo. Il titolo della canzone è In the middle of all that trouble again.
Chi cantava la canzone trascinante del film Lo chiamavano Trinità?
Era Annibale, un ragazzo italo-australiano molto in gamba. Figlio di italiani, era vissuto in Australia e poi era venuto a Roma. Fece dei provini e io lo scelsi perché lo stimavo, era un cantante bravissimo e aveva una voce straordinaria. E poi era madrelingua inglese. Dopo è tornato in Australia da vincitore, visto il successo mondiale di Lo chiamavano Trinità. Quando il film è andato in sala, è uscito in concomitanza anche il 45 giri, ma in tiratura limitatissima. Non ci credeva mai nessuno alle musiche da film, ne stampavano tre, quattromila copie, perché non si sa mai. Poi però abbiamo fatto anche un 33 giri. Tre o quattro anni fa è stata ripubblicato, con una nuova copertina dove è stato accuratamente omesso il mio nome, vabbè.
Adesso che cosa fa?
Continuo a scrivere moltissima musica. Recentemente ho fatto ancora sceneggiati televisivi. L’ultimo è
Un figlio a metà, che ho scritto assieme a
Claudio Mattone. Un bravissimo musicista, un bravissimo compositore, un collega che stimo molto. C’è stata l’occasione di fare questa cosa assieme ed è andata molto bene. Fra l’altro, è stata quella che ha lanciato
Proietti nel mondo degli sceneggiati. Faccio anche moltissima musica di sottofondo, ho una music library che si chiama Cobra, che produco in proprio con la mia società e che mandiamo in tutto il mondo. Sono musiche di commento, utilizzate in televisione, in pubblicità, tutte di livello veramente buono. Si tratta di 24 CD con musiche mie e di altri giovani autori. Precedentemente mi ero già occupato della music library della BMG, che è composta da 50 CD. Non è la normale produzione di dischi per musica d’ascolto, ma è fatta in maniera più tecnica per coloro che devono utilizzare la musica come registi, produttori, pubblicitari. Quindi di ogni pezzo c’è anche la versione jingle da 30 secondi, quella da 1 minuto e la versione alternativa. E poi si tratta di musiche di tutti i generi.

Le fa piacere che ancora oggi i fans ricordino le sigle che lei ha composto?
Questo mestiere lo si fa perché venga notato da qualcuno. Il piacere vero è quello di vedere una persona che ti parla di qualcosa che tu hai fatto e quindi l’ha raggiunto. Come fosse un messaggio lanciato nello spazio che è arrivato da qualche parte, che è stato capito, che è piaciuto o che ha commosso o che ha dato un’emozione. Quindi che siano sigle per bambini, o che sia il tema di un grande film, è sempre la stessa cosa. Per questo non ho mai voluto avere pseudonimi. Mi sono sempre rifiutato di usarli perché mi sono sempre detto che devo avere il coraggio di firmare tutto quello che faccio. Mi vergognerò forse qualche volta, ma altre volte ne sarò fiero. Anche perché ho sempre lavorato con la stessa intenzione, con la stessa voglia, con la stessa emozione e con lo stesso tempo, sia che dovessi fare una sigla per bambini, sia che dovessi comporre una sinfonia. Se accetto un lavoro, voglio sempre cercare di divertirmi e di dare del mio meglio.
Cosa pensa delle colonne sonore fatte oggi? Soprattutto di quelle Mediaset?
Non c’è molto da rallegrarsi per quanto si sente. Questo sembrerà anche un discorso di parte, ma non c’è niente di nuovo e non ci sono assolutamente il clima e lo spirito che c’erano negli anni scorsi quando si faceva questo mestiere. Che era quello di emulazione, di cercare di avere delle idee veramente valide per cercare di fare meglio degli altri, o almeno di stare ad un livello alto. Altrimenti non lavoravi. Perché se non veniva fuori qualche cosa di buono, che avesse un certo successo, poi non ti richiamavano. E poi, se un collega più bravo faceva una cosa bella, si provava proprio a farne una ancora più bella. Oggi questa spinta manca totalmente, non c’è più concorrenza, la maggior parte dei personaggi del mondo dello spettacolo sono parenti, fratelli, cugini. Poi, onestamente, se le cose sono belle, vengono fuori, si sentono subito, perché la gente, che non è condizionata da nulla, se sente una cosa che funziona e che piace, va e chiede il disco. Dimmi qual è l’ultimo successo discografico che viene da un film o da uno sceneggiato italiano? Te lo dico io:
Il deserto del Sahara. Quanti anni fa? Tanti! E chi l’ha fatto? Uno della vecchia guardia,
Ennio Morricone. Quali sono i giovani compositori che hanno composto brani di grande successo? Io parlo anche di gente che ha vinto Oscar o altri premi.
Ci dica quali sono il suo peggior difetto e la sua migliore qualità.
Mamma mia… e come faccio? Come difetto forse la pignoleria. Fondamentalmente credo di non essere un pignolo, ma, proprio quando lo penso, mi accorgo che invece un po’… Come qualità direi che sono una persona che fa tutto con entusiasmo, e questo mi aiuta.
ALCUNE COPERTINE DEI DISCHI DI
SIGLE DI FRANCO MICALIZZI