Intervista di Matteo Sciba con la collaborazione di Cristiano Primouomo (26 novembre 2006). Trascrizione di Matteo Sciba, revisione finale di Piero Montanari, impaginazione web di Matteo Sciba. Immagini videosigle recuperate da Benedetto "Ency" Gemma.
LA MIA BIOGRAFIA
Anagrafe.
Sono nato a piazza del Colosseo 4 e la mia vita è stata caratterizzata dal fatto che aprivo le finestre e vedevo il Colosseo. Una cosa che per me era molto normale, ma che raccontata in giro, per esempio negli Stati Uniti dove ho fatto concerti jazz con Romano Mussolini, ha sempre fatto spalancare gli occhi alla gente. Difatti lo studio dove lavoro tutt’ora, e che è a via San Giovanni in Laterano a cento metri da dove sono nato, è la logica conseguenza di queste mie radici. Sono nato il 29 settembre del ’46, anche se risulto nato il 30 perché mio padre mi ha segnato un giorno dopo.
Famiglia.
I miei genitori si chiamavano Guglielmo e Adele. Papà mio aveva un bar a piazza del Colosseo ed era giornalista sportivo, appassionato della Roma. Le mie sorelle si chiamano Sania e Adonella, nomi stranissimi. Io sono stato sposato una prima volta e ho un figlio di 31 anni che si chiama Matteo. Poi mi sono risposato una seconda volta e dopo undici anni è nato Luca.
Gioventù.
Ho cominciato a fare musica in casa con una chitarra di mio padre, chitarra che ho torturato bucandola e rompendone le corde. Avevo uno zio che suonava la chitarra, ma nessuno in casa suonava; c’era però questo strumento e piano piano ho cominciato a suonare con un dito una corda e ho iniziato a capire che ci potevo tirare fuori dei suoni. Si parla degli anni ’50, degli albori. Non c’era la possibilità di avere le informazioni che si hanno oggi sulla musica e i musicisti. Avevamo solo qualche disco, qualche 45 giri. Non c’era neanche la televisione. La televisione è arrivata nel ’54, io avevo otto anni. Fortunatamente mio padre era benestante, quindi abbiamo comprato subito un televisore che mi ha dato subito uno sguardo sul mondo. Poi questa chitarra nei primi anni ’60 ha cominciato a diventare una chitarra elettrica e poi un basso. Appena ho acquistato il basso, un basso elettrico, ho cominciato a suonare quello perché serviva il bassista, non c’erano bassisti. Una formazione completamente da autodidatta. Quando ho cominciato a suonare il basso, conoscevo tutte le linee di basso dell’epoca, ma non sapevo come. Poi l’ho scoperto: quando ero piccolo, mia madre usava portarmi al mare a Ostia col trenino. C’erano i primi juke box e a me, da lontano, arrivava solo il suono del basso. Quindi quando presi il basso in mano, l’ho suonato subito perché erano cose normali per me, già sentite.
Esordio artistico.
A diciassette anni ho fatto la mia prima tournèe come bassista con Gianni Davoli, nei caffè concerto della riviera romagnola. Era il 1964. Nel frattempo continuavo a studiare. Ho fatto il Liceo Linguistico e all’Università Lingue e Letteratura Straniera. Non mi sono però laureato, un po’ per la musica che mi ha portato via. Nel frattempo ho cominciato a sentire l’esigenza di crescere musicalmente e sono andato a studiare con dei musicisti. All’epoca non c’erano alternative agli studi classici, anche se a Roma c’era Chierici, un chitarrista che aveva scritto un metodo di chitarra con mille accordi. Il mio salto di qualità è stato due anni dopo entrare nel gruppo di Little Tony. Suonare a diciannove anni col re del rock’n’roll romano per me è stata una cosa importante. Evidentemente ero bravino col basso.
Carriera.
Piano piano ho iniziato a produrmi nelle sale di registrazione, mi chiamavano, e da cosa nasce cosa. Il giro che frequentavo a Roma era quello di Renato Zero, al quale regalavamo sigarette e passaggi perché in macchina rompeva sempre le scatole e voleva sempre essere portato dappertutto, Mia Martini, che si chiamava Mimì Bertè, con la quale ho avuto una storia d’amore, e poi Loredana, che era la sorella più piccola, molto carina anche lei, Roberto Conrado, uno dei musicisti che ha suonato poi con Renato con cui ha scritto moltissime canzoni. Questa amicizia con Renato mi ha portato a fare il primo disco con lui, che si chiama No, mamma no, nei primi anni ’70. Così ero entrato in questo gruppo di lavoro. In più a un certo punto siamo capitati nello studio di Edoardo Vianello. Edoardo Vianello aveva messo in piedi con Califano un’etichetta musicale, Apollo Records, e uno studio di registrazione, lo Studio 38. Raccoglieva un po’ i giovani di quel momento. Era sempre appoggiato alla grande madre RCA di via Tiburtina, che oggi non c’è più. Quello era il fulcro della musica romana ed è stata un punto di riferimento fondamentale per chi volesse far musica, non solo a Roma, ma in tutt’Italia. Veniva chiunque alla RCA. E poi era aperta per i provini, per le produzioni, per gli esperimenti. Oggi non si fa più niente perché prima di tutto non c’è più, poi gli esperimenti non si fanno perché i soldi non ci sono per fare la musica. Io sono entrato in quel giro come bassista e ho incominciato a lavorare coi musicisti che iniziavano a fare i loro primi dischi. Io ho suonato nei primi dischi di tutti: Antonello Venditti, Amedeo Minghi, Alice non lo sa di Francesco De Gregori, No, mamma no di Renato Zero, Terra mia di Pino Daniele. Ho anche prodotto insieme a Venditti il primo disco di Rino Gaetano, che si chiamava Kammamuri’s, produzione Rosvemon che era l’acronimo di Rossitto, che era il fonico, Venditti e Montanari. Entrato alla RCA dalla porta principale, ero uno dei bassisti più richiesti e ho cominciato a lavorare con tutti gli artisti.
CHIACCHIERATA SULLE SIGLE E LE MUSICHE DI SONORIZZAZIONE
Come hai incontrato e conosciuto la banda di SuperGulp!?
La mia prima moglie aveva un negozio di gioielleria a piazza del Colosseo. Noi siamo sempre stati amici fin da bambini e nel ’75 ci siamo sposati (al nostro matrimonio sono venuti
Renato Zero,
i Vianella,
Romano Mussolini e
Tony Scott). Quando stavamo in negozio, a pranzo andavamo a mangiare a San Giovanni e Paolo dove oggi c’è Mediaset. Prima era uno stabilimento cinematografico, la Saffa Palatino di Mario Morigi, dove facevano montaggio di cinema, doppiaggio e sincronizzazione.
Alberto Sordi ha montato qui i suoi film. Era un stabilimento famoso perché ci venivano praticamente tutti. In questo posto c’era la mensa, tenuta dalla signora Marcella, dove si mangiava benissimo. Venivano a mangiare da ogni parte di Roma. In quel momento
Giancarlo Governi stava montando con Alberto Sordi
Storia di un italiano, che è stato un lavoro televisivo molto importante su Sordi. Allora Tatiana Casini Morigi, la montatrice di Sordi, una volta mi disse “Tu sei musicista? Sai che qui viene sempre un sacco di gente della RAI? Mo te presento uno.” E un giorno me lo presenta sul serio. Dice “Giancarlo, ti presento questo giovane musicista, è molto bravo.” Allora io, molto timidamente, gli do la mano, e lui “Perché non mi fa sentire qualcosa di quello che ha fatto?” Avevo uno dei dischi di sonorizzazione che avevo realizzato allo Studio 38 e glielo ho dato. Siamo intorno al 1976. Un giorno torno lì, lo incontro e mi dice “Lo sa che mi è piaciuta molto la musica che ha scritto? Lei è molto bravo. Senta, le andrebbe di fare un lavoro che si chiama
SuperGulp!?” Io sono praticamente svenuto in terra. Quindi mi vuole presentare una persona. Entriamo in una moviola, c’era
Guido De Maria e Giancarlo gli dice “Guido, ti presento un giovane musicista romano molto bravo”. Mi presenta e Guido mi chiede “Potresti fare le musiche de
L'Uomo Ragno? Abbiamo molti episodi, ma non ci sono le musiche e bisogna fare tutto il doppiaggio, la sincronizzazione, i rumori, gli effetti”. Le colonne internazionali infatti non c'erano (meno male!) e quindi, mettendo mano al doppiaggio ed agli effetti, si dovettero rifare le musiche. Restò originale solo la sigla di testa degli anni '60,
Spiderman, quella poi ricantata da
Michael Bublé. Ho cominciato a scrivere un po’ di queste musiche, e ho iniziato a collaborare con loro. Di questi brani sono compositore e arrangiatore. Io ho suonato il basso e con me ci sono due capisaldi del jazz italiano:
Amedeo Tommasi alle tastiere e
Roberto Spizzichino, batteria e percussioni. Le abbiamo registrate nel piccolo studio di Amedeo Tommasi.

Come hai composto le musiche de L'Uomo Ragno? Hai visto la serie animata? Ti ispiravi al fumetto?
Non si poteva fare lo ‘score music’ episodio per episodio, con i sincronismi perfetti. Le ho composte un po’ sentendo il commento musicale originale americano, realizzato con una grande orchestra come si usava fare sempre in America per i cartoni animati, un po’ immaginando tutte le situazioni che potessero accadere in un filmato di ‘crime’. Ho lavorato spesso così. Ho visto prima degli episodi per capire che tipo di situazioni ci fossero, e poi ho cominciato a fare un po’ di crime music, cioè questa musica un po’ di tensione e un po’ di accompagnamento, realizzata senza considerare i sincronismi. Quindi ho montato ogni volta la musica a seconda delle immagini, cercando anche di fare un lavoro filologico, nel senso di dare all’Uomo Ragno il suo pezzo, di sottolineare il suo arrivo sempre con lo stesso brano.
Eri tu quindi a montare le musiche sui singoli episodi?
Io ho sempre montato tutte le musiche che ho fatto. Con l’eccezione di Joe D’Amato, il regista eros, al quale davo le musiche per i suoi film, ma di alcuni di essi non mi interessava montarle.
Come si chiamavano queste musiche?
Sui nastri c’era scritto Uomo Ragno. Io poi ho dato dei titoli fittizi.
Mi ricordo bene di aver fatto la musica per quattro episodi de I Fantastici Quattro, sempre per SuperGulp!, e usando sempre le stesse de L'Uomo Ragno. I motivi, se ben ricordo, erano i medesimi: la mancanza di colonna internazionale. Le stesse musiche de L’Uomo Ragno le ho utilizzate anche per il film prodotto da Guido De Maria I Supereroi di Supergulp!. Quindi le musiche sono state utilizzate sia per la TV sia per il film.

E Thor?
Ho sonorizzato qualche episodio.
Non ti sei mai occupato anche delle sigle di queste serie?
Mai.
Sono state pubblicate queste musiche?
Non sono mai state pubblicate come musiche de L’Uomo Ragno. Quasi tutte però sono raccolte su un CD promozionale non in vendita, solo per commenti musicali. [1970s Pop Maniacs, Primrose Music, 1999, NdR].
Le altre sono state perse?
No, ma nella realizzazione di questo CD, alcune musiche non sono state considerate perché non adatte. Comunque ci sono praticamente le migliori.

Ho fatto la sigla di
Sturmtruppen, realizzata nel 1980 con
Bonvi. Bonvi ha scritto il testo e io ho scritto la musica e l’ho arrangiata.
Chi l’ha cantata?
L’ho cantata io col coro di
Douglas Meakin,
Satiamo, un musicista che stava nel gruppo loro, che poi è diventato un arancione, e
Chico Fusco, il figlio del musicista
Giovanni Fusco e leader storico del gruppo
Schola Cantorum. Io ho fatto i cori e ho cantato la voce solista “
Dalla casetta in trincea po-po-po”. L’ho fatta accelerando il nastro, per fare la voce da Sturmtruppen un po’ equivoca. “
Anche se viene diarrea” è Douggie.
Douglas Meakin si ricorda anche
Roberta Petteruti nel coro. Dice che in questi cori maschili ci voleva sempre anche una voce femminile. Confermi?
Mi ricordo Roberta. Carina e brava.
L’hai arrangiata tu?
L’ho arrangiata io, nell’ex-studio di
Bobby Solo, il Mammouth studio.
Chi ha suonato?
Ho suonato io il basso e la chitarra,
Derek Wilson la batteria (era il mio batterista preferito in sala) e
Carlo Cordio le tastiere.
Il retro lo abbiamo fatto nello studio di
Claudio Mattone, il Quattro Uno. Ho suonato io sempre il basso, non mi ricordo chi suona la tastiera,
Luciano Ciccaglioni le chitarre e l’armonica a bocca,
Ciro Cocozza la batteria. Molto bravo. La cosa divertente è stato portare
Bonvi in sala di registrazione. Mi sono ispirato ad alcune cose spiritose che andavano all’epoca. Vi ricordate gli
Squallor? Un gruppo che faceva strane parodie: su musiche dolci e bellissime dicevano le peggio schifezze. Io volevo fare una cosa simile, non so se mi è riuscita. Una musica molto sognante e dolce con dietro Bonvi che dice varie stupidaggini.
E di chi è la voce finale di Lili Marleen?
Sono io! Sempre con il giochino del nastro accelerato. Si faceva di tutto!
Bonvi invece non canta ne La Marcia delle Sturmtruppen?
Neanche c’era quando l’abbiamo registrata.
Ci sono altre collaborazioni tue con SuperGulp!?
Non mi viene in mente nient’altro. Negli anni ’80 però ho ricollaborato con
Guido e
Giancarlo per la trasmissione
...E l’ultimo chiuda la porta per RAI 1, un programma con sketch di comici emergenti. L’abbiamo fatto a Milano nell’87, ma potrebbe essere andato in onda dopo. Andò in onda in estate e nessuno se lo ricorda. Lì, oltre alle musiche interne, realizzai una sigla di testa molto carina dal titolo
E l'ultimo chiuda la porta, che è stata animata da
Bonvi e Guido De Maria. Ci sono io che canto alla Claudio Villa, poi
Roberta Petteruti,
Douggie e mia moglie. Non esiste nessuna pubblicazione e io ho solo un vecchio nastrino. Andavo a Modena da Guido che mi dava delle indicazioni, anche musicali. Le canticchiava, ché lui è molto bravo. Per esempio, abbiamo fatto insieme una sigla per la televisione di Bologna: me l’ha canticchiata e mi ha chiesto di farla. Era molto contadinesca. E’ molto bravo e conosce bene i tempi. E’ stato sempre uno molto simpatico e spiritoso. “
Giumbolo-Giu-Giumbolo” è lui. Anche “
I piatti-ti, i piatti-ti con Nelsen Piatti li vuol lavare lui”. Ha sempre la mania della ripetizione e di questi giochini di parole: “
Giu-giu”, “
piatti-ti”. E’ un antesignano del rap.

Ho visto sul tuo sito che hai fatto anche tante sigle per programmi di comici. Nasce da una qualche passione o dal caso?
Nasce assolutamente dal caso, anche se io sono appassionato di comicità da sempre. Mi piacciono la comicità e l’ironia. Quindi ti puoi immaginare che quando mi è stato offerto di lavorare per Totò piuttosto che per Stanlio e Ollio, io sia stato molto felice. La comicità e il gioco sono una corda che ho dentro. Tuttavia il fatto di lavorare per questi programmi è stato assolutamente casuale. Dopo SuperGulp! ho iniziato a collaborare con Giancarlo Governi che mi chiamava per tutte le produzioni di cui si occupava. E quindi ho cominciato a fare sigle a destra e a manca. Giancarlo si è occupato sempre di memoria storica ed è sempre stato un riscopritore di personaggi un po’ assopiti, un po’ dimenticati, in qualche modo messi da parte. Lui li ha ritirati fuori dedicando loro delle trasmissioni di revival molto belle. Uno di questi è stato Totò. Totò era stato abbandonato perché considerato un artista minore, perché faceva film non particolarmente colti o non particolarmente belli. A un certo punto Giancarlo ha pensato di seguire un’onda che già c’era a Roma. C’era infatti un cinema, il Mignon, che ogni settimana ridava con successo i vecchi film di Totò. La gente andava a vederli e rideva. Allora Giancarlo ha pensato di realizzare una trasmissione su Totò, sulla sua vita, sui suoi film e sulla sua comicità. La trasmissione si intitolava Il pianeta Totò e andò in onda su RAI 2. E lì è incominciato il revival di Totò.
Era il 1980, gusto?

Esattamente. Lo stesso periodo di SuperGulp! Lavoravamo proprio di conserva, come si dice. Giancarlo mi chiama per fare la sigla, e io penso al brano più famoso di Totò, che è Malafemmena, e realizzo come sigla di testa una tarantella che poi diventa Malafemmena, suonata stile rock. In quel momento il rock stava andando molto di moda. Lì suoniamo io, Luciano Ciccaglioni e Derek Wilson. L’ho realizzata insieme a Mario Sasso, che era un grande videoartista che in quel momento lavorava alla RAI. Nella videosigla ci sono gli occhi di Totò che si muovono. Per la sigla di coda volevamo sempre il pezzo di Totò Malafemmena e abbiamo pensato di farla cantare a Pino Daniele, che conoscevo perché avevo fatto il suo primo disco, Terra mia del ’77. In quel momento però lui era molto in auge e ha rifiutato perché non voleva cantare brani di altri. Poi lo abbiamo chiesto a un altro napoletano, Edoardo Bennato, che rifiutò. Alla fine sai chi ha accettato? Fausto Leali, che aveva cantato delle canzoni napoletane all’epoca, con questa voce da negro. Fausto, che in quel momento era un artista dimenticato, andò in classifica!
Sul disco di Malafemmena c’è la versione cantata da Fausto Leali, che era sigla finale. E’ stata pubblicata anche la versione di Malafemmena usata come sigla iniziale?
No, la sigla iniziale non è stata mai pubblicata. Da qualche parte ce l’ho però. Se vai sul sito mio, la trovi.
E’ tuo anche il lato B di Malafemmena?
E’ una canzone che ho scritto perché all’epoca andava il lato B: se il lato A aveva successo, tu potevi guadagnare soldi col lato B in SIAE.
Il lato B di Malafemmena è stato usato nel programma?
No, non è andata in TV. Non c’entra neanche con Totò. E’ una canzone che ho scritto con Renato Marengo, giornalista che ha fatto il testo. Era l’epoca in cui i discografici cercavano spazi per le sigle, perché le sigle facevano vendere dischi. Oggi invece cercano spazi nella pubblicità.
Quali altre sigle hai fatto per Totò?

Dato il grandissimo successo del programma, ne è stata fatta una seconda edizione nell’82. La sigla di testa rimase quella della prima edizione. La sigla di coda invece era sempre Malafemmena, cantata da James Senese, il sassofonista nero di Napoli Centrale. Io suonavo con Baglioni e mi chiamò Giancarlo per fare questa sigla e io chiesi a James Senese di cantarla. Siamo andati nella stessa sala dove feci Sturmtruppen. Infine ho fatto la sigla per Totò un altro Pianeta, la terza edizione del programma sempre di Governi, del 1992. Lì non sapevamo più che Malafemmena fare e ho fatto Totò rap, che è uscito su CD singolo con altri tre brani, ma è molto raro perché l’RCA non ci credeva assolutamente. Sono sempre autore, suonatore e realizzatore. La sigla è firmata anche dalla figlia di Totò, che è una mia amica, giustamente perché l’ho realizzata pensando a Totò come marionetta, come antesignano del rap e della break dance, e prendendo segmenti di sue parole e cercando di farli andare in un ritmo. E’ stato molto difficile perché non c’erano i computer di oggi, ma il risultato è stato divertente. Mia moglie Rossella ha fatto sia l’animazione della videosigla, sia la grafica della copertina del disco. E’ stata pubblicata anche su vinile in mille copie per le discoteche. Totò rap è poi diventata la sigla di tutte le cose andate successivamente in onda su di lui, come Totò cento e come queste due ultime puntate di Ritratti andate in onda su RAI 3, sempre di Giancarlo Governi. Con la trasmissione Ritratti Giancarlo fa la stessa cosa di sempre, cioè racconta le vite di personaggi dello spettacolo e dello sport. Sono tutte monografie. Due puntate sono state dedicate a Totò con Totò rap come sigla finale. La sigla di testa era quella di Ritratti.

Poi hai fatto le due famose sigle per Due teste senza cervello. Ti ricordi come sono nate? Chi ha suonato? Chi ha cantato?
Squadra che vince non si cambia.
Giancarlo mi ha chiamato per fare questa trasmissione su
Stanlio e Ollio, sempre sulla vita e la memoria. Giancarlo mi ha chiamato sia per le sigle sia per le musiche di commento. L’ispirazione della sigla di testa,
Stan & Babe composta e arrangiata da me, me l’ha data un po’
Scott Joplin. Ho immaginato
Ragtime. Non avevo ancora il mio studio e l’ho realizzata nello studio Xenam di Angelo Talocci, studio che oggi non c’è più e che stava dislocato fuori Roma verso il mare. Ho chiamato a suonare gente bravissima come
Danilo Rea, uno dei più grandi pianisti italiani, e
Stefano Senesi, che è il tastierista di
Renato Zero. Al basso e alla chitarra ci sono io, ma non mi ricordo il batterista. Era un giovane batterista che poi non è più entrato nell’ambiante. Ho realizzato per la prima volta le musiche senza strumenti a fiato reali, ma con l’Emulator 1, il primo emulatore di strumenti acustici. La sigla di coda,
Honolulu Baby, è un pezzo di
Marvin Hatley, autore delle musiche dei film di Stanlio e Ollio e autore del famosissimo
Cocoo Song, che è la sigla storica della coppia. Per
Honolulu Baby ho scritto l'arrangiamento, suonato il basso e scritto il testo in italiano. L’ho fatta allo studio Pollicino all’Eur. La canzone era cantata da
Giorgio Ariani e
Enzo Garinei, che avevano ridoppiato Stanlio e Ollio in alcuni loro film, la cui colonna era danneggiata. L’ho realizzata con
Derek Wilson alla batteria, io al basso e
Eric Daniel al sax. Eric Daniel è un sassofonista molto bravo, ha suonato alla RAI, e da solo ha fatto tutte le sessioni, che sono state scritte da me. Praticamente ha fatto l’orchestra di sax solo lui. Avevamo messo anche un coro di bambini,
il Coro delle piccole voci del Maestro Di Mario, al quale si è aggiunto mio figlio
Matteo. L’ho coinvolto per fargli fare un’esperienza. Gran parte dei bambini che hanno fatto il coro sono poi i bambini che sono venuti a fare la videosigla. Mi piacerebbe rivederla, ma non ce l’ho più. Matteo ha partecipato anche a qualche altra produzione. Per esempio da grandicello, a quindici anni, ha partecipato a dei dischi di
Baglioni.
Entrambe le sigle sono state pubblicate su un 45 giri CGD.
Come hai composto le musiche interne di Due teste senza cervello?

Sempre con lo stesso sistema che ti ho raccontato per L’Uomo Ragno. Non ho visto niente, ho immaginato le situazioni di Stanlio e Ollio e poi le ho montate. E’ stato un bellissimo lavoro e tutt’ora vanno in onda. Con queste musiche sono stato poi in grado di sonorizzare anche una serie di film muti di Stanlio e Ollio che circolavano in quel momento in Italia, per i quali la RAI aveva comprato i diritti e dei quali non esisteva colonna. Ho fatto un’operazione dal punto di vista storico un po’ azzardata, proprio perché alcuni di questi film non avevano in origine la musica, come i primissimi corti di Stanlio e Ollio. Qualcuno ha apprezzato e cerca queste musiche, qualcuno dice che le musiche di Montanari sono l’unica pecca di quei film…
Queste musiche sono mai state pubblicate?
Sono state pubblicate dalla Fonit Cetra che ha realizzato un disco di sonorizzazione, un LP
[Nuovo Repertorio Editoriale 1241 , 1989, Nuova Fonit Cetra, ndr]. L’editore infatti è la Fonit, oggi Rai Trade. Non sono mai uscite su CD.
Bisognerebbe fare uscire il CD!
Io non riesco a capire: voi appassionati giustamente non potete far tutto, però, siccome esiste un mondo di gente che acquisterebbe queste cose e secondo me c’è anche un piccolo business, bisognerebbe realizzarle. Solo che poi ci sono i problemi di diritti. Io ho chiesto spesso a Rai Trade di pubblicare un CD, ma non l’hanno voluto fare perché loro pubblicano dischi soltanto se gli servono come sottofondi e considerano queste musiche un po’ vecchie, non ne hanno bisogno. Se voi avete un’iniziativa, cerco di farvi avere i diritti.
Cos’è la trasmissione Italia ride, per la quale hai composto due sigle?
Sono due trasmissioni. La prima Italia ride è una trasmissione del 1994 di Giancarlo sui grandi comici italiani, per la quale composi sia la sigla sia i commenti. Mi ha chiesto di fare la sigla e l’ho fatta sempre sullo stile di Totò rap: ho preso frammenti di voci di Alberto Sordi e altri comici e li ho fatti rappare. Non esistono pubblicazioni su disco. Poi Giancarlo nell’estate del ’99 ha presentato una serie di film per Rai 1, in onda alle due del pomeriggio, che si chiamava Italiaride-Alberto Sordi e gli altri, e mi ha chiesto di fare la sigla. Anche questa la combinai sullo stile delle altre, e durava 40 secondi.
Hai fatto altre sigle che non abbiamo citato?
C’era un volta... io Renato Rascel, un programma sulla storia di Rascel, sempre di Giancarlo. Dodici puntate sulla vita e le opere di questo grande fantasista, attore e comico italiano per RAI 2, mi pare. Realizzo ed arrangio un brano mio e di Rascel dal titolo E cammina, cammina sigla di testa, strumentale, e sigla di coda cantata da lui. Esiste un CD rarissimo della CGD con brani cantati da lui dal vivo e con questa sigla. Ho fatto anche le musiche all’interno.
Poi Videocomic, serie TV RAI 2 sui comici. Sigla da me realizzata su musica di Jessel-MacDonald dal titolo La marcia dei soldatini di piombo.
E anche Le mille bolle blu, trasmissione sul festival di S. Remo di Giancarlo Governi, per la quale ho realizzato la sigla di coda composta da Don Backy. E’ stata pubblicata su 45 giri.
E sigle per telefilm?
Ho fatto dei telefilm per la Francia. Ho fatto la sigla e le musiche per uno sceneggiato di quattro puntate, C'est quoi ce petit boulot?, con Jean-Claude Brialy e Marlène Jobert. Anche in questo caso non è stato pubblicato niente.
Non ti è mai capitato di fare sigle per cartoni animati giapponesi?
Non mi è mai capitato. L’RCA aveva un po’ l’appalto e Douggie si era già fatto valere. Mi hanno offerto di suonare in quelle sigle, ma non di scriverle.
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Argomento finale d’obbligo. Come è nata la collaborazione con Joe D’Amato?
Joe D’Amato è uno dei registi di serie B italiani che hanno ispirato Tarantino. Io ho conosciuto una persona che lavorava con Joe D’Amato perché abitava di fronte a una piccola casa che ho in montagna. Lui fa il produttore di cinema di serie B e mi ha chiesto delle musiche per un film, Impariamo ad amarci. Io le ho fatte e montate. Queste musiche sono piaciute molto ad Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato, che ha iniziato a chiedermi delle collaborazioni e così ho cominciato a fare i film per lui. La cosa divertente è che a un certo punto del nostro rapporto lui ha iniziato a virare dai film erotici, dove il sesso non era esplicito, verso il porno. Lui è molto bravo a fare il cinema di serie B, con anche delle storie minime, però, siccome era un esperto fotografo, nel senso di direttore della fotografia, i suoi film erano particolarmente belli. Devo dire la verità, non è che non ne ho visti: c’erano dei grandissimi piani sequenza, praticamente la macchina da presa non staccava mai (ride). Joe D’Amato mi chiedeva di andare e di montare le musiche, ma non c’era niente da montare (ride). Praticamente io gli facevo le musiche e lui poi le infilava dall’inizio alla fine dei film, che non avevano nessuna storia. Erano tutte musiche melense.
Quanto è durata la vostra collaborazione?
Ho fatto una trentina di film con lui, anche non erotici, come Frankenstein 2000, The Hell Gates – Le porte dell’inferno, o La Casa 3 di Umberto Lenzi, prodotto da D’Amato. Abbiamo collaborato dall’87 al ’99, quando ho fatto il suo ultimo film, I pirati delle Antille. Le cose si combinavano così: Joe aveva un po’ di riprese di navi pirata, e allora ci montavano su un film.
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LE COPERTINE DEI DISCHI DI SIGLE E DI MUSICHE DI SONORIZZAZIONE DI PIERO MONTANARI